Social week

Oltre la moda del selfie: musei e social, un rapporto virtuale o virtuoso?

Il dibattito sul tema è spesso circoscritto a polemiche tra ospiti vip e ricerca di nuovi pubblici. Pare più interessante spostarlo su esperienza dei beni culturali e valorizzazione di opere meno note

È stato detto in varie occasioni che il secolo che stiamo vivendo è dominato dalla centralità dei musei. In un recente rapporto, l’Unesco ha stimato che negli ultimi otto anni il numero dei musei nel mondo è aumentato del 60%, arrivando alla cifra impressionante di 95.000 unità. Si tratta di un fenomeno culturale, ma anche antropologico, politico e socio-economico: il museo è uno spazio di continua negoziazione ove si attuano processi partecipativi importanti, si formulano nuovi sistemi di fruizione del patrimonio, si sperimentano modelli di cittadinanza attiva, creando ponti tra le diversità, accogliendo le minoranze, sostanziando il valore dell’identità e della memoria.

Il fermento che riguarda oggi la dimensione del museo trova una chiara dimostrazione nell’acceso dibattito che ha accompagnato la riformulazione della sua definizione: la conferenza dell’International Council of Museums (Icom), svoltasi a Kyoto nel 2019, ha valutato una nuova proposta che ancora non trova sufficiente condivisione, perché ritenuta da alcuni troppo estensiva del profilo canonico di istituzione museale affermatosi nel ’900. In quella proposta si legge che «i musei sono spazi democratizzati, inclusivi e polifonici», essi operano al fine di affrontare «i conflitti e le sfide del presente», «sono partecipativi » e «lavorano in collaborazione attiva con e per le diverse comunità per raccogliere, conservare, ricercare, interpretare, esporre e migliorare la comprensione del mondo, puntando a contribuire alla dignità umana e alla giustizia sociale, all’uguaglianza globale e al benessere planetario». Esiste persino un movimento volto a dichiarare la «non neutralità dei musei», per sostenere l’impegno etico che il museo deve assumere nella difesa dei diritti umani, nella promozione della sostenibilità e della tutela dell’ambiente.

Il museo appare così come un cuore che pulsa al centro della comunità, un rifugio per chi si senta smarrito, un faro per chi cerchi una risposta alle grandi domande del presente, ma soprattutto un motore capace di generare cambiamento, incontri, produzione di pensiero. Inoltre il museo si offre come arca della memoria, scrigno dei ricordi di generazioni passate e custodia della bellezza (Proust affermava che i musei sono case ove si conservano i pensieri del passato e che il loro vero tesoro sta in quei pensieri, ancor più che nelle opere che vi sono custodite). E non c’è dubbio che le masse, spesso scomposte, distratte, accaldate, che sciamano verso i musei di tutto il mondo alla ricerca di capolavori spesso divenuti familiari attraverso la pubblicità, i rotocalchi e i souvenir delle bancarelle, siano in fondo ispirate da questo comune bisogno di conforto: sapere che le grandi creazioni dell’umanità sono proprio lì, al sicuro, protette da mani sapienti, è in fondo una garanzia per l’umanità intera.

A fronte di questa voglia di museo, tuttavia, è innegabile registrare una oggettiva fragilità, una inconsistenza dello sguardo del visitatore medio: di quei 65.000 musei contati dall’Unesco non sono molti quelli presi d’assalto dalle folle, in una smania di appropriazione dell’esperienza estetica che si rivela nella gran parte dei casi un fugace contatto visivo, un selfie rubato nella selva di braccia alzate a catturare le dita di Adamo e di Dio Padre sulla volta della Cappella Sistina.

Qualcuno ha osservato, e sarebbe il caso di ragionarci con attenzione, che per un’opera iconica come la Gioconda sia giunto il tempo di andare in magazzino. Qual è il vantaggio, ci si domanda, di catalizzare ogni attenzione, ogni energia, ogni goccia di sudore di quel pubblico bisognoso di pensiero e di bellezza in una singola opera capace di oscurare collezioni universali e potenti come quelle del Louvre, dei Musei Vaticani o degli Uffizi?

È comprensibile il timore che questi grandi capolavori si siano logorati in tanti anni di assedio, di manipolazione mediatica, di riproduzione sfacciata, di sfruttamento. In questi mesi segnati dalla pandemia si è molto discusso delle operazioni comunicative, più o meno pianificate, volte a promuovere musei e monumenti attraverso i canali dei social network. Popolari personaggi del mondo virtuale hanno postato le loro fotografie accanto a opere d’arte, catturando l’attenzione di migliaia e migliaia di follower. Un miracoloso successo, secondo alcuni! Una inquietante deriva, secondo molti altri! Eppure, a ben pensare, i noti influencer non hanno fatto altro che seguire ciò che già milioni e milioni di visitatori fanno ogni giorno: scattare un selfie davanti a un’opera di Botticelli, di Michelangelo o di Raffaello e postarla su un social di loro gradimento.

Esistono alcuni studi interessanti sulle modalità di narrazione del patrimonio costruite dai visitatori attraverso Instagram e molti musei fanno ampio uso dei canali social per proporre storie ispirate ai più preziosi esemplari delle loro collezioni (noti e meno noti), spesso con iniziative di grande originalità ed efficacia (è il caso del Museo del Prado di Madrid). Da parte del pubblico, uno dei fenomeni più ricorrenti, e gli studi sui visitatori pullulano di queste riflessioni, è il processo di identificazione tra visitatore e opera d’arte. Di recente, il nostro Ministero dei Beni Culturali ha persino invitato il pubblico a cercare il proprio sosia nella miriade di opere custodite nei nostri musei, a fotografarlo e postarlo per rispondere alla competizione (la campagna, lanciata già nel 2016, si intitolava “L’arte ti somiglia”).

Forse la natura dell’odierno dibattito sul rapporto tra musei e social network, trovate pubblicitarie ed eteree illusioni di conquista dei pubblici in verità ancora molto smarriti, potrebbe ricondursi ad altre questioni: tanto per cominciare riflettere sull’evidente contraddizione di una ipertrofica evoluzione della dimensione del museo a fronte di una conoscenza debolissima del nostro patrimonio culturale, nonché del collegamento profondo che esiste tra esercizio civico ed esperienza dei beni culturali; in secondo luogo il bisogno di spegnere i riflettori dalle poche opere iconiche spalmate su ogni t–shirt, magnete da frigorifero e portachiavi, per svelare l’immensa ricchezza dei nostri musei e dei nostri territori.

Potremmo evidentemente andare molto oltre. Più che affidarsi ai flussi eterei dei feed, sarebbe il caso di coinvolgere e motivare giovani e meno giovani ad appropriarsi della varietà e della ricchezza del nostro patrimonio in modo consapevole, imparando a riconoscere nei musei quegli spazi di dialogo, di pensiero e di partecipazione che ora sono diventati. E questo va fatto promuovendo quei luoghi, facendoli conoscere, raccontandoli a grandi e piccini, partendo dalla scuola, sostenendo una comunicazione culturale di qualità anche attraverso i canali televisivi, finanziando progetti di valorizzazione che tantissimi giovani informati hanno desiderio di attivare in luoghi anche sconosciuti della nostra terra.

da avvenire.it

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