Il nuovo martirio

L’attentato in Kenia nel campus dell’università di Garissa è soltanto l’ultimo di una serie sanguinosa di attacchi alla fede cristiana, in molti paesi del mondo. 148 le vittime, soprattutto ragazzi. Dopo l’orrore Papa Francesco ha rinnovato gli appelli a non girarsi dall’altra parte di fronte a questi crimini.

Per questa lunga scia di esecuzioni è stato spesso utilizzato il termine “martirio”. Siamo lontani dai tempi delle “spettacolari” condanne a morte che fin dall’impero romano punteggiano la storia della Chiesa. E probabilmente il calendario rimarrà indifferente a questi eventi. Ma crediamo, comunque, che quello di martiri sia un modo adeguato per definire le tante vittime dell’intolleranza religiosa. E ciò per vari motivi.

Innanzi tutto l’etimologia della parola richiama il concetto di testimonianza. E cosa testimonia di più la propria fede, se non il perdere la vita per essa? Non si tratta del rivivere di un fenomeno arcaico, purtroppo è un effetto della violenza con cui da sempre si affronta il tema dell’identità, non solo religiosa.

Poi c’è la dimensione storica. Non esiste periodo storico senza omicidi e tra questi molti hanno alla base motivi ideali. Religione, politica, amore. Perfino l’arte e la filosofia sono state e sono cause, o scuse, per infliggere la morte ai propri avversari. Questo modo di vedere allarga sì a dismisura il senso del termine martirio, mantenendo però la sua rilevanza e peculiarità.

Da ultimo ci viene da dire che la tolleranza, ancorché imperfetta come relazione tra pari, restituirebbe comunque dignità alle idee di tutti. Certo è auspicabile il rispetto, e addirittura il dialogo, anche tra le fazioni più lontane. Ma già il deporre le armi con indifferenza sarebbe un enorme passo avanti.

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