Sinodo per l'Amazzonia

Noi siamo Amazzonia, perché riguarda tutti

Il Sinodo per la Regione Panamazzonica invita a “camminare insieme” nel rispetto della “casa comune” sollevando grandi questioni: come prendere coscienza del compito epocale che la creazione impone a ogni essere umano?

Nel periodo di Pasqua, durante una Messa all’aperto in una notte stellata, iniziata al buio con l’unica luce del cero pasquale, condividevo con la Comunidade São Sebastião il dono di celebrare in una cattedrale maggiore di quella di Parigi: “La nostra cattedrale è il Creato e brucia!”. Sono stato inviato qui, nella regione di Bom Jesus do Araguaia (appartenente alla Prelatura di São Félix do Araguaia in Mato Grosso nella regione amazzonica brasiliana), con altri due preti delle diocesi di Fossano e Cuneo dal dicembre 2012.

In ottobre si celebra il Sinodo Panamazzonico, che invita a “camminare insieme” nel rispetto della “casa comune” sollevando grandi questioni: come prendere coscienza del compito epocale che la creazione impone a ogni essere umano? Qual è la situazione attuale, letta dal punto di vista del Vangelo e della Chiesa? Perché è importante per le comunità cristiane quest’area tanto sensibile? Chi è l’Amazzonia?

Domande che devono essere fatte proprie, di fronte alle molte Amazzonie che costituiscono il volto amazzonico che la stessa Chiesa ci invita a decifrare. “Nós somos Amazônia“: così abbiamo riflettuto all’inizio dell’anno pastorale nella nostra Chiesa locale. “Noi siamo Amazzonia”: ci è chiesto di crescere personalmente, comunitariamente e socialmente in questa consapevolezza, aiutati dalla vita di fede e dai legami con le persone incontrate. Il “noi” si trasforma e cresce, legato a questo territorio strategicamente decisivo per le sorti del pianeta, messo alla prova oggi – e da molto tempo – dai grandi incendi in Brasile e in Bolivia.

Andando sul fiume che “battezza” la regione e nei suoi affluenti, si percepiscono le meraviglie e le ferite del Creato: i popoli ribeirinhos faticano, da un lato, perché i fiumi – antiche arterie di comunicazione alle cui rive si erano stanziati – sono sostituite dalle strade (non tutte asfaltate), dall’altro, perché l’industria estrattiva e l’agrobusiness spesso si sentono padroni sopra le leggi.

Oggi tali terre respirano grazie alla presenza dei popoli originari, sentinelle di questo grande tesoro che ci spinge a guardare all’origine e al Creatore. Di fronte alle politiche “integrative” che tentano di omologare gli indios ai “cittadini”, si presentano grandi sfide: quali diritti per questi popoli? Quale il senso della vita nelle città ove già vive l’80% della popolazione amazzonica e dove sono attratti anche i popoli nativi e tradizionali?

Nós somos Sínodo”: così si è riflettuto nelle riunioni del Forum teologico permanente della Rete Panamazzonica (Repam), cui sono stato convocato in virtù della fondazione della Scuola di Teologia nella nostra Prelatura.

La questione antropologica e teologica non può essere tralasciata, come ci ha testimoniato Viveiro de Castro, uno dei maggiori antropologi brasiliani intervenuto a un incontro. È anche questo il motivo per cui è stata istituita la Repam: aiutare le comunità cristiane e i vescovi – tutti convocati a Roma, non solo una rappresentanza – nel processo di comprensione dei fenomeni in atto durante il pre-Sinodo (fase in cui sono state ascoltate 87mila persone, fra cui 172 etnie indigene), il Sinodo stesso (a Roma) e il post-Sinodo (nel successivo sviluppo locale). Il senso del Sinodo è pertanto radicato nella solidarietà intima fra fede e creazione (nell’ottica della Laudato Si’), cui è legato l’invito alla conversione pastorale e sinodale della Chiesa (secondo la Evangelii Gaudium e la Episcopalis Communio).

Il dolore del Creato è il dolore di molte donne e uomini di questo nostro mondo che ci è affidato come un giardino nella Luce di una Nuova Creazione che già ora non può vederci spettatori.

di Damiano Raspo per agensir.it

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