Nicolas va in vacanza

Ottima sceneggiatura e ricostruzione ambientale senza sbavature

Finalmente la scuola è finita e il piccolo Nicolas può partire per le vacanze con i genitori, alla ricerca di nuove avventure. Farà nuove amicizie, scoprirà nuovi amori e assisterà ai litigi e alle riappacificazioni dei più grandi. Tornano al cinema le divertenti peripezie di Nicolas e della sua famiglia, ispirate a una serie di fumetti di successo. Ambientato in una nostalgica Francia degli anni Cinquanta, questo episodio racconta la spensieratezza delle vacanze estive dell’infanzia. I bambini fanno castelli di sabbia, giocano a pallone e fanno mille scherzi. I genitori si rilassano sotto l’ombrellone e si scatenano in feste danzanti alla luce della luna. Su tutto dominano i colori pastello della Costa Azzurra, con gli ombrelloni colorati, le cabine bianche e gli immancabili ciclisti sul lungomare. La tranquillità della vita quotidiana di Nicolas e dei genitori viene però insidiata da un regista italiano spaccone e arrogante, che ha il volto del nostro Luca Zingaretti. Infatuatosi della madre di Nicolas cercherà in tutti i modi di farla diventare la prima attrice del suo nuovo film. Ma alla fine, trionferà l’amore familiare, dopo peripezie e malintesi. Si tornerà a Parigi per ricominciare la vita di tutti i giorni, ma le emozioni di quei giorni incantati in riva al mare non verranno dimenticati.

“Le vacanze del piccolo Nicolas” è un film che, grazie ad un’ottima sceneggiatura, attori perfetti e soprattutto una ricostruzione ambientale senza una sbavatura, riesce ad avvincere lo spettatore dalla prima all’ultima immagine. Una pellicola pensata per un pubblico trasversale, dove certamente i bambini sono i primi soggetti chiamati in causa ma dove anche i più grandi troveranno modo di divertirsi. E dove, con leggerezza e senza mai una volgarità, si riaffermano valori positivi come l’amicizia, il rapporto tra le generazioni dei genitori e quella dei figli, il rispetto delle regole ma anche la necessità a volte di infrangerle, il valore dell’infanzia. Le piccole pesti sono sempre piaciute al cinema: la loro vivacità, la leggerezza, lo sguardo puro sul mondo, hanno conquistato tante generazioni di spettatori. Nella serie cinematografica degli anni Trenta “Simpatiche canaglie”, i protagonisti sono un gruppo di bambini che ne combinano di tutti i colori, sui banchi di scuola e fuori. E negli stessi anni, il pubblico americano si innamora del volto e dei riccioli d’oro della piccola Shirley Temple, capace di incantare le platee con le canzoni, i balli e i sorrisi disarmanti.

Con toni più drammatici, in Italia, il neorealismo ha spesso messo la macchina da presa ad altezza di bambino per mostrarci le disfatte e le tragedie della guerra con gli occhi di chi, innocente, ha dovuto subire quella violenza inudita. E che però rappresenta anche il futuro di un’Italia che deve ricostruirsi proprio sulle spalle di questi adulti del domani. Anche la Nouvelle Vague, soprattutto con Truffaut e il suo “I quattrocento colpi”, ha raccontato il mondo visto dagli occhi di un ragazzino. Antoine Doinel, l’alter-ego cinematografico, del grande regista francese, ha un’infanzia difficile: i genitori sono separati, non si interessano a lui, la scuola è troppo rigida per il suo carattere vivace, gli unici elementi di conforto sono il cinema e la letteratura. Vedendo i film e leggendo i romanzi, il piccolo Doinel riesce ad affrontare la sua complessa esistenza. Una pellicola che racconta con delicatezza le difficoltà del crescere e afferma la necessità della cultura come elemento di educazione sentimentale al bello, al vero e al giusto.

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