Nel sorriso la gioia di aver incontrato lo Sposo

Il 2 febbraio, festa della Presentazione di Gesù al Tempio, coincide con la Giornata mondiale della vita Consacrata: un momento in cui i fedeli sono chiamati a stringersi intorno alle persone consacrate, a condividere le loro gioie e le loro difficoltà, a unirsi a loro nella preghiera.

«Era lontano da me il pensiero di consacrarmi al Signore». Suor Caterina Dio è a Rieti da due anni, nella casa delle Suore Benedettine di Carità. Ed è a lei, in vista della Giornata mondiale della vita consacrata, che abbiamo chiesto di raccontare la bellezza di un’esistenza dedicata al Signore. «Ho trascorso un’infanzia felicissima – ci spiega – ho studiato e preso la maturità magistrale. Mio padre era panettiere, io volevo fare l’infermiera come mia madre, ma con i bambini piccoli».

La nascita della vocazione

Trovato un corso da puericultrice ad Avezzano e superate le resistenze dei genitori, la giovane approda insieme a un’amica nella casa che le benedettine hanno a Pietraquaria. «La mia vocazione è nata lì – ricorda Caterina – andavamo a messa, frequentavamo il santuario: niente di particolare; poi un giorno mi sono ritrovata sola in giardino e davanti a una statua della Madonna mi sono messa a piangere. Sono stata invasa da un desiderio, da qualcosa di profondo che non si può esprimere a parole. Me lo ricordo come se fosse adesso: mi dicevo “non sto male, perché sto piangendo?”. Fu un momento bello, mi sono sentita avvolta».

Un lungo discernemento

Da quel momento Caterina ha affrontato un lungo periodo di discernimento, attraversando spinte contrastanti. Suor Eleonora, il suo riferimento tra le suore di Pietraquaria, l’ha invitata a pregare, a mettersi in ascolto. Tornata a casa, però, la giovane ha trovato la contrarietà dei suoi genitori. Perfino il parroco del paese le disse di lasciar stare l’idea. «Ma ormai stavo bene solo nella casa delle suore. Avevo letto la storia della fondatrice, madre Colomba, e me ne ero innamorata».

Il convento, però, ha dovuto ancora attendere sei anni, durante i quali Caterina ha lavorato come l’infermiera all’ospedale di Palermo e avviato un asilo nido privato che funzionava bene. «Sono stata anche fidanzata in quel periodo – ci ha detto la religiosa – ma sentivo che niente andava per il verso giusto. Nel 1995 sarei potuta entrare di ruolo in ospedale, ma ormai avevo scelto altro».

Così la domanda per un posto a “tempo indeterminato” invece che all’ospedale l’ha fatta alle Benedettine. Era il maggio 1995: nel luglio 1998 Caterina ha fatto la prima professione e intrapreso la sua strada a fianco del Signore. «Un cammino di gioia: talvolta la sera sono sfinita, ma più sono stanca e più ho voglia e gioia di fare. Ho la mia fragilità e le mie mancanze sono tante, ma la Sua grazia non mi abbandona mai».

La gioia del servizio

Sono tante le esperienze attraversate da suor Caterina, a partire dal compito di insegnante al quale è stata chiamata nei primi anni: «Dopo la professione ho insegnato per quattro anni a Santa Marinella e otto a Roma. Sono stati anni che mi hanno aiutato a crescere e maturare». Poi, del tutto inaspettato, è giunto il trasferimento a Milano, per lavorare in un Centro di assistenza minori. «Lì ho scoperto cosa vuol dire la maternità spirituale: anche se non ho avuto bambini, anche se non ho partorito, lì mi sentivo donna, madre e consacrata. Se una consacrata non scopre la bellezza di accudire un bambino, non raggiunge quella tenerezza materna che abbiamo dentro di noi».

Con i bambini Caterina aveva sempre avuto a che fare, ma, a differenza delle sue esperienze passate, i piccoli che le sono stati affidati non avevano nessun altro al mondo: non c’era una famiglia che veniva a riprenderli dopo la scuola, non c’erano nonni e genitori, ma storie di abbandono, di abusi, di violenze.

«Il primo bambino che ho accolto – racconta la suora – è stato dopo nemmeno un mese dal mio arrivo a Milano. Immaginavo un posto di pianti, di tristezza e desolazione. Quando ho messo piede nel centro di accoglienza, invece, mi si è aperto un mondo di bellezza. Quando ho ricevuto per la prima volta tra le mie braccia un bambino di un mese e mezzo e l’assistente sociale ha detto: “Adesso ci pensi lei”, mi sono sentita rinascere, come se quella vita nascesse da me. La mia consacrazione lì è rinata. La maternità, l’accoglienza, la serenità da tramettere a queste anime maltrattate hanno cambiato completamente la mia vita».

Un’esperienza di donazione di sé allargata anche alla vita in parrocchia. Il Centro di assistenza minori era nella periferia di Milano, zona Lambrate: «Mi sono inserita nella catechesi e poi nel mondo dell’oratorio». Anche lì storie difficili: i disagi della malavita e dei giovani abbandonati a se stessi. «Ho scoperto il mondo delle famiglie povere, e che dirimpetto ai palazzoni delle banche e delle grandi imprese ci sono quasi delle favelas, abitate ormai solo dagli extracomunitari».

Una periferia esistenziale, oltre che urbana, nuovamente accolta come un dono: «Con i giovani avevamo intessuto una rete di legami di accoglienza e donazione reciproca. Ho dato tanto e tanto ho ricevuto: il pane spezzato diventa un pane condiviso, un miracolo quotidiano. Non so esprimerlo, però l’ho vissuto».

Nel 2016, però, il Centro di assistenza minori chiude e per Caterina si prospetta il trasferimento a Rieti. Nella casa di via Garibaldi le benedettine di carità gestiscono una comunità alloggio per anziani, e per la suora è la scoperta di una nuova vocazione: «Prima accompagnavo i bambini verso la vita, qui è un po’ il contrario, ma c’è anche continuità, perché pure gli anziani qualche volta si ha la sensazione vengano abbandonati». Al contrario dei piccoli, però, gli anziani hanno bisogno di comunicare, hanno la loro storia da raccontare. E a volte prestare ascolto ai racconti che si ripetono sempre uguali aggiunge fatica alla fatica fisica di accudire, sollevare, provvedere alle necessità dei nonni.

Il dono del sorriso

Chiediamo a suor Caterina dove trova la forza. «A volte – dice – chiedo al Signore: “Come posso accontentarti in queste membra sofferenti che chiedono tanto?” La risposta la trovo nella Parola di Dio, la forza la trovo nei dieci minuti di meditazione che abbiamo prima della santa messa. Cerco di concentrarmi su una frase, una parola, che mi dice cosa fare. È lì che parte la mia giornata: dalla parola ascoltata e dall’Eucaristia». Come a dire che in fondo non siamo noi ad agire, ma il Signore: «Tante volte, la sera, mi domando come ho fatto a fare tutto, e mi ritrovo ogni volta a ringraziarlo».

Forse è per questo che sul volto di suor Caterina non manca mai il sorriso: quello di chi porta se stesso agli altri e ne ricava l’incontro con Dio. Un incontro che diviene servizio quotidiano ai piccoli, una consacrazione a quanti hanno bisogno di tanto o di tutto. Un incontro, ci dice, per il quale «la gratitudine è la prima cosa che mi sento di esprimere. Perché ogni mattina ricevo dal Signore la gioia nel cuore. Il sorriso è la cosa più importante per noi religiose: è quello che un ragazzo o una ragazza, un uomo, una donna, una persona anziana debbono vedere nel nostro volto quando li incontriamo. Una consacrata non può nascondere la gioia di aver incontrato lo Sposo».

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