Nel pantano siriano la voce dell’Ue è flebile. Una politica estera comune è sempre più necessaria

La guerra in Siria, con centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati e un’emergenza umanitaria gravissima, è lo specchio delle incertezze politiche delle grandi potenze, Usa e Russia in testa, nessuna delle quali sembra prevalere sul piano bellico né tantomeno appare in grado di delineare uno scenario post-bellico. Le immagini drammatiche che arrivano da Aleppo testimoniano ancora di più come la Siria sia diventata una trappola per tutti i Paesi coinvolti, compresi Arabia Saudita, Turchia e Iran. In questo panorama l’Unione europea è sempre più spettatrice, incapace di esprimere una posizione comune e di dare impulso a una ripresa negoziale. Il parere del generale Vincenzo Camporini.

Dopo cinque anni e oltre di guerra civile, con circa 400mila morti, milioni di rifugiati e sfollati, un’emergenza umanitaria gravissima, in cui a soffrire di più sono donne, anziani e bambini, la Siria è diventata una trappola per le grandi potenze coinvolte. Un pantano dal quale Usa e Russia non sembrano poter uscire, alla ricerca di una exit strategy da spendere come una mezza vittoria, quasi a giustificare così tanti civili morti e militari; vittime della loro stessa ambizione, vogliosi di conquistare influenza e peso geopolitico in quel quadrante mediorientale siro-iracheno, dove sono attivi altri attori regionali come Arabia Saudita, Turchia e Iran. Una guerra allo stallo in cui nessuno sta dimostrando di poter vincere come dimostra la battaglia di Aleppo e il mancato rispetto di una tregua, concordata tra Usa e Russia, che avrebbe almeno dato respiro ad una popolazione stremata. In questo panorama l’Unione europea è sempre più spettatrice, incapace di esprimere una posizione comune, fatta eccezione per gli appelli al dialogo. Ne abbiamo parlato con il generale Vincenzo Camporini, fino al 2011 Capo di Stato maggiore della Difesa italiana, ora vicepresidente dell’Istituto affari internazionali di Roma (Iai).

Generale, in Siria e ad Aleppo si è consumata la spaccatura tra Washington e Mosca. Quali sono i motivi che l’hanno determinata e quali conseguenze sta provocando?
Sulla Siria gli scopi di Mosca e Washington non coincidono. Mosca deve salvaguardare, almeno temporaneamente, la posizione di Assad e gli americani non gradiscono questo atteggiamento. Quanto poi gli Usa siano spinti dall’opposizione interna siriana o che la controllino o meno questo è difficile dirlo. Probabilmente non lo sanno nemmeno quelli che sono attivi sul terreno.

Putin sta approfittando dell’incertezza diplomatica Usa dovuta alle prossime presidenziali?
È ovvio che da qui fino ai primissimi mesi del 2017 la politica statunitense sarà di bassissimo profilo. L’Amministrazione uscente non ha più una grande influenza ed è chiaro che Putin si possa sentire un po’ di più padrone della situazione di quanto non sia il Dipartimento di Stato Usa.

La Russia approfitta della situazione per guadagnare terreno in chiave politica. Si tratta purtroppo di un fatto strutturale perché le democrazie occidentali hanno i loro ritmi elettorali che rafforzano o indeboliscono le posizioni di chi governa. I regimi autocratici non hanno di questi problemi e ne possono approfittare.

La battaglia di Aleppo: molti analisti ritengono che chi conquisterà la città avrà in mano le sorti del guerra…
Le guerre non sono partite di calcio. Non c’è un fischio finale che ne determina la fine e con esso il risultato. In Siria la situazione ha radici profonde che sono geopolitiche per la dittatura degli Assad e traggono linfa da rivalità esterne tra Iran e Arabia Saudita.

Non sarà l’esito di una battaglia a farci varcare la soglia di una pace duratura.

Credo che le ostilità dureranno ancora per molto anche perché le sofferenze di questi anni non possono essere dimenticate nell’arco di poco.

Quanto pesano nel conflitto le motivazioni religiose, l’Iran sciita e l’Arabia e la Turchia sunnite?
Non ci sono radici religiose della guerra. Le religioni vengono strumentalizzate per alimentare le ostilità tra i combattenti.

In questo scenario l’Unione europea è spettatrice…
L’Ue paga il fatto non aver mai pensato a elaborare una politica estera comune per questo si trova ad avere una flebile voce in capitolo, per giunta inascoltata poiché priva degli strumenti adatti per potere essere implementata. Bisognerà fare un grande sforzo per giungere a questa politica estera comune che giudico assolutamente indispensabile se vogliamo che la nostra civiltà sopravviva.

La nostra civiltà, quella dell’Europa occidentale, è sicuramente diversa dalle altre, anche occidentali. Temo che se non ci sarà uno sforzo di convergenza non avremo una voce europea che potrà influire sui destini anche nostri.

Perché l’Ue fatica a esprimere una posizione comune in politica estera?
Oggi l’Europa vive come l’Italia del 1845, dove gli staterelli allora presenti sulla penisola si beavano del loro benessere, ma non avevano nessuna influenza sugli equilibri europei. I loro destini non venivano decisi a Milano o Firenze ma a Vienna, Parigi e Londra. Oggi l’Ue è nella stessa situazione. Anche la grande Germania non è che un piccolo staterello che da solo non è in grado di influenzare nulla.

I nostri destini oggi vengono decisi a Pechino, Mosca e Washington, non nelle nostre capitali.

Potrà giovare all’Ue dotarsi anche di un progetto di difesa comune europea?
Le forze armate sono lo strumento della politica estera. Ma se manca la politica estera è inutile avere lo strumento.

In mezzo agli interessi delle Superpotenze e dei loro alleati, ad essere schiacciato è l’Isis. La sconfitta è vicina?
L’Isis continua a controllare porzioni di territorio in Siria e Iraq. Forse è sparito dalle pagine dei giornali ma non dallo scenario politico. È in difficoltà. Non preoccupa più come prima. Bisogna dire però che l’Isis è un sintomo e non la malattia. La malattia è rappresentata dalle irrisolte rivalità delle potenze regionali, Turchia, Iran e Arabia saudita. Se non si cura la malattia usciranno fuori altri sintomi. È essenziale che i leader politici di questi tre Paesi trovino convergenze ma non vedo nulla del genere davanti a noi.

Di Putin si è già detto. Ma un Donald Trump o una Hillary Clinton potranno cambiare questa inerzia?
Vedremo cosa farà la prossima amministrazione Usa. Di certo non stiamo in una situazione ideale.

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