Le nefaste conseguenze dell’invecchiamento rapido della popolazione italiana

Siamo sempre di più un Paese di anziani, dove sta esplodendo la spesa sociale con pensioni, sanità e assistenza e gli investimenti imprenditoriali diminuiscono.

Quella del disastro demografico è stata definita fino all’altro ieri come una “fissa dei cattolici” e di qualche studioso della materia, come se il più basso tasso di natalità del Pianeta fosse una sciocchezzuola, o magari un progresso rispetto a quando le famiglie erano più numerose. E povere.
Ora siamo mediamente ricchi, e senza figli. Con conseguenze spaventose anche a livello economico, se addirittura il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha ricordato pubblicamente che “entro il 2025 ci saranno 35 persone su 100 con più di 65 anni nei Paesi dell’Ocse, contro le 14 del 1950”. E lo ha ricordato non per folclore, o perché anche lui è cattolico; ma perché l’invecchiamento così rapido della popolazione sta portando conseguenze nefaste per la nostra economia.
Anzitutto, sta esplodendo la spesa sociale: pensioni anzitutto, ma anche sanità e assistenza. Fette sempre più ampie dei bilanci pubblici sono destinate a queste voci di spesa, finanziate dalle troppe tasse imposte a chi lavora. Se queste non bastano, si aumentano debiti pubblici che negli ultimi anni hanno preso il volo un po’ ovunque. In Italia, il nostro è già nella stratosfera.
Una popolazione sempre più anziana ha poi l’esigenza di campare, di avere fieno in cascina, più che la voglia di intraprendere, di investire. Da lì un’enorme liquidità ferma nelle banche e un calo continuo degli investimenti e quindi della forza propulsiva di un’economia.
Non parliamo di chi pagherà le nostre pensioni, di chi farà andare avanti la nostra economia. Che, da una parte ha tassi di disoccupazione elevati, dall’altra è incapace già oggi di trovare almeno 100mila figure lavorative nei settori che più stanno funzionando.
E se nulla di ciò convince, si sappia che chi ha una certa età, come consumatore vale pochino: non si hanno grandi esigenze né grilli consumistici, ad una certa età. A chi venderemo gli ultimi modelli di auto e gli shampoo nuova formula?
Insomma, l’allarme è partito dai livelli più alti. Può darsi che, a questo punto, lo capiscano pure i politici, che bisogna fare qualcosa di concreto e “pesante” in materia. Che le politiche familiari ci sarebbero, qualche Paese le ha pure adottate; che se si sprecasse per esse un decimo del tempo dedicato alle “fondamentali” unioni civili, qualcosa di buono potrebbe uscirne fuori. Che bisogna mettere i giovani nelle condizioni di guardare ad un futuro più ampio del prossimo fine settimana.
Dal canto nostro continueremo a sollecitarli, i nostri politici: con parole semplici e tanti esempietti facili. Magari capiscono.

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