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Morire dal ridere. Rieti e il teatro dialettale

In questi giorni si è aperto un dibattito sul teatro dialettale al Vespasiano. Un'occasione che solleva qualche domanda su cosa la città pensa di se stessa e sul modo in cui si rappresenta

«Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua». Lo dice la Costituzione, ma mi è venuto in mente a proposito del dibattito sul teatro dialettale al Vespasiano. Sono poche parole, ma basterebbero per chiudere la contesa: a teatro, come altrove, ognuno è libero di parlare la lingua che meglio si sente addosso. Se poi il pubblico gradisce e premia al botteghino non c’è storia, perché al giorno d’oggi il torto e il giusto li decide il mercato. Il valore culturale di una commedia, ad esempio, lo misura il numero di consumazioni al bar prima e dopo lo spettacolo. Quando s’impennano non c’è storia: in cartellone c’è un capolavoro. Anche se i titoli talvolta sfidano il buon gusto: li richiede il genere letterario accanto alla trama improbabile, alle situazioni assurde e ai dialoghi sopra le righe.

Questo, almeno, è ciò che da tempo si è indotti a credere e chiedere. Ma chi fa la fatica di rispondere a questa domanda, rischiando di suo, va guardato con affetto. In fondo cerca di tenere viva una tradizione: se le compagnie vernacolari si sciogliessero, il teatro dialettale rischierebbe l’estinzione. Forse è a fronte di questo pericolo che cresce l’audacia di titoli e copioni, ma è un segno di vitalità e sperimentazione o un disperato tentativo di rimanere a galla nuotando nell’acqua bassa?

Il dubbio diventa rilevante di fronte alla convinzione di poter leggere nelle commedie dialettali di questi anni l’anima più profonda della città. Quasi sempre si mettono in scena case e situazioni popolari, ma se rappresentassero davvero lo spirito cittadino ci sarebbe da preoccuparsi. I personaggi si rifanno a pochi modelli e di solito difettano in intelligenza o sono furbi nel senso peggiore. Spesso sono malvestiti e qualche volta hanno poca confidenza con acqua e sapone. Anche se non sono volgari, abbondano di modi grossolani, sfacciati e sgarbati. Non mancano i buoni sentimenti, ma a parlare è pur sempre un’umanità stracciona, intimamente sconfitta, apparentemente priva di qualunque possibilità di miglioramento.

Tra gli oggetti di scena i libri sono rari e i giornali servono al massimo da pretesto. I personaggi sospettano della cultura e di chi ha studiato. Il sapere è ritenuto l’anticamera dell’imbroglio e suscita diffidenza più che invidia. L’ignoranza, al contrario, rassicura, quasi fosse una garanzia d’innocenza. Le donne sono sempre subalterne e gli omosessuali effeminati fino alla caricatura. La religione sfiora la superstizione. Raramente gli equivoci che reggono le trame si chiariscono per merito di qualcuno: le situazioni tendono a risolversi da sole e finiscono tutti felici e contenti per caso più che per merito.

Difficile riconoscersi in questo spaccato. Magari l’intenzione dei copioni è quella di non perdere di vista le storie vere della città, ma in tanti casi il risultato è la riduzione di ciò che è popolare a quanto è più semplicemente ruspante. Nessuno storce il naso davanti al dialetto, ma la lingua delle commedie in vernacolo la parla davvero qualcuno? L’impressione è che le parolacce siano del tutto gratuite e anche se il pubblico ride alla fine gli si fa un torto. Perché lo si guarda con aspettative basse, lo si crede incapace di assistere a qualcosa che vada oltre il turpiloquio.

Qualcuno ha azzardato il paragone tra il teatro in vernacolo e la commedia greca. Il parallelo è interessante, ma in Aristofane gli strumenti della commedia divengono critica contro la guerra e preoccupazione per la democrazia. Il motore de “Le Rane”, ad esempio, è l’inquietudine per la decadenza di Atene. La città è finita nelle mani di persone malvagie e poco affidabili: «quelli che conosciamo per nobili, saggi, giusti, educati nelle palestre, alla danza, alla musica, li scartiamo, e ci avvaliamo invece delle facce di bronzo, forestieri, furfanti e figli di furfanti, gli ultimi venuti, che un tempo la città non avrebbe usato nemmeno come capri espiatori». Ed è interessante che l’autore cerchi rimedio inviando nell’aldilà Dioniso, dio del teatro, per riportare in vita Euripide: Aristofane è convinto che la grande poesia e il grande teatro siano strumenti in grado di formare cittadini migliori.

Difficile trovare qualcosa di questa tensione morale in tanta parte dei testi in vernacolo. Con il potere non se la prende quasi nessuno; forse si solleva il velo su qualche ipocrisia nel costume, ma più per giustificare e normalizzare che per prendere posizione. E così facendo il teatro dialettale diviene un’occasione persa, perché pur essendo ancora profondamente vivo, capace di aggregare diverse fasce sociali, di attrarre i giovani, rischia di finire soffocato: non dal perbenismo, ma dalla sua incapacità di dire qualcosa di autentico e profondo, con cui confrontarsi. Prive di sostanza, le commedie dialettali sembrano la messa in scena di una città che muore. Dal ridere.

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