Moi, je suis désolé, je ne suis pas Charlie

Moi, je suis désolé, je ne suis pas Charlie. Sono desolato ma non sono Charlie. Sull’onda dell’emozione in molti hanno whatsappato matite ed esposto striscioni: «Io sono Charlie».

La scritta è apparsa anche dal balcone del Municipio di Rieti. E tutti hanno cercato di inneggiare alla liberté: libertà di espressione del pensiero, di fare satira, di prendersela con tutti, di scrivere di tutto.

Ma essere desolati non significa essere Charlie o come Charlie. Il giornale satirico francese è spesso di una volgarità e di una violenza visiva e verbale inqualificabile e offensiva. Sia ben chiaro: a nessuno viene in mente di giustificare gli attentati; ma la satira e la libertà del pensiero incontrano un limite insuperabile, che è dato dal rispetto della libertà e della dignità delle persone, dei popoli e delle religioni. Lo stesso giornale ha pubblicato vignette sulla Trinità che sono di una cattiveria così volgare che viene il voltastomaco a descrivere.

Non sempre, purtroppo, la Francia risulta essere un Paese culturalmente avanzato e intelligente. La legge che vieta i simboli religiosi ostensibles (vistosi), ad esempio, tradisce una sorta di fondamentalismo laico. Come si può allo stesso tempo pretendere di impedire il velo alle studentesse e sbandierare la libertà di sbeffeggiare impunemente chiunque?

Una cultura davvero aperta al dialogo e al rispetto delle persone e del loro pensiero – compreso quello religioso – non dovrebbe approvare con indifferenza lo sberleffo provocatorio e l’insulto è gratuito.

Quanto al terrorismo di matrice religiosa, più utile delle vignette sarebbe soffermarsi sulla necessità di maggiore sviluppo culturale nei Paesi a osservanza islamica, sulla necessità di migliorare le condizioni economiche di quei popoli e sullo sfruttamento che i Paesi cosiddetti sviluppati continuano a perpetrare a loro danno. Altrimenti si rischia di semplificare troppo.

Intanto, tutti concentrati ad occuparci del terrorismo, sembriamo dimenticare la paurosa crisi economica in atto, le sacche di disagio sociale ed economico, in Francia come in Italia.

Forse la paura di un nemico feroce può spingere a recuperare il senso di identità e di appartenenza alla nazione. Forse aiuterà i nostri governanti a rafforzarsi, anche se non servirà a nulla, perché da tempo hanno rinunciato alla sovranità politica ed economica degli Stati europei. Magari torneremo a cantare inni nazionali a squarciagola e a guardarci con sospetto. È già successo in passato e non lo escludiamo.

Quindi il Comune di Rieti ci faccia il piacere, tolga lo striscione. Siamo desolati, ma non siamo Charlie.

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