Natale

Messa di Natale a Greccio: la lezione di Francesco nel bue e nell’asino

Si è soffermato sulle figure del bue e dell’asino, il vescovo Domenico, in occasione della Messa nella notte di Natale, celebrata a Greccio, riflettendo sul perché san Francesco chiese soltanto un po’ di fieno e i due animali vivi per dare vita alla sua intuizione

Si è soffermato sulle figure del bue e dell’asino, il vescovo Domenico, in occasione della Messa nella notte di Natale, celebrata a Greccio. Soprattutto ragionando sul perché san Francesco, ottocento anni fa, chiese soltanto un po’ di fieno e i due animali vivi per dare vita alla sua intuizione. Una domanda tutt’altro che scontata, se si tiene conto che il bue e l’asino vengono nominati unicamente dai vangeli apocrifi e non dal vangelo di Luca, appena proclamato.

Una prima spiegazione mons Pompili l’ha proposta rifacendosi «al simbolismo dei due simpatici animali che troviamo spiegato in un passo del grande Isaia (1,3): “Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”».

Come a dire che «gli esseri umani non riconoscono Gesù come il Messia, ma il bue e l’asino riconoscono nel bimbo posto nella greppia il loro Signore».

Ma l’immagine si presta ad ulteriori approfondimenti, come quello di Gregorio di Nissa (394), per il quale il bue indica la legge ebraica, alla quale egli è legato come al giogo; l’asino è il simbolo dei gentili. Difatti, egli porta il peso dell’idolatria. «Tra il bue e l’asino vi è il bimbo divino, che libera sia gli ebrei che i gentili dal loro giogo e dal loro peso. Dunque, il bue e l’asino vanno intesi in modo simbolico».

Una chiave che apre ad almeno due ulteriori significati: «Il primo è che i due animali rappresentano la natura istintiva ed impulsiva dell’essere umano. Chi reprime le proprie pulsioni e i propri istinti, chi vive solo con la testa, perché vuole pilotare e decidere tutto a partire dalle proprie possibilità, rimane straniero a se stesso, in lui non può nascere niente di nuovo. Abbiamo bisogno di far ricorso dal nostro istinto di base: la paura e la fiducia. In questi mesi abbiamo ritrovato questi sapori primitivi della vita che avevamo trasformato nel panico e nel piacere. Di fronte al bambino nella mangiatoia si riscopre la paura del nostro essere fragili e frangibili e la letizia di provare gli affetti e i legami».

L’altro significato è che la natura istintiva e pulsionale non sono solo forze positive, ma ambivalenti: «Il bue che procede guardando fisso davanti a sé e l’asino, che crolla sotto il peso che porta, sono comportamenti di vita che tutti conosciamo. Noi spesso percorriamo testardi la nostra strada senza guardare a destra o a sinistra. Ci carichiamo troppo peso addosso perché non abbiamo misura. Dobbiamo imparare il tempo lento, la calma contemplativa, il relax interiore».

I due animali, sintetizza il vescovo, «ci suggeriscono la spontaneità dell’amore e la leggerezza dell’essere. Ecco perché san Francesco quella notte a Greccio convocò tutti per ritrovare queste due esperienze che neanche il Covid potrà toglierci, anzi paradossalmente ci sta facendo ritrovare tra paura e gioia, tra spontaneità e leggerezza».

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