Sinodalità

Meglio lenti insieme che veloci da soli

L’incontro del vescovo con i sacerdoti, i diaconi e i religiosi nel mese di settembre ha avuto un carattere residenziale, per rafforzare la conoscenza e la fratellanza e sostenere la riflessione sul cammino comune che la Chiesa locale è chiamata a compiere.

Si è svolto nel monastero di Borgo San Pietro, grazie alla cordiale ospitalità delle suore di Santa Filippa Mareri, un particolare incontro del vescovo con i sacerdoti, i diaconi e i religiosi.

Inserito nel solco del tradizionale appuntamento del terzo giovedì del mese, questa volta l’incontro ha infatti avuto un carattere “residenziale”. Una soluzione non casuale, perché l’occasione aveva al centro la riflessione sul tema della sinodalità, da portare avanti anche tenendo conto dei risultati del recente Incontro pastorale.

Molto spazio, inoltre, ha avuto la dimensione puramente spirituale, con la preghiera comune e l’eucaristia celebrata in memoria dei sacerdoti morti nell’ultimo periodo. Un ulteriore segno della fraternità che il vescovo sollecita continuamente tra i sacerdoti.

Per fondare la riflessione del primo giorno ha fatto ricorso al documento della Commissione Teologica Internazionale su La sinodalità nella vita e
nella missione della Chiesa, il cui testo è stato fornito ai presenti insieme a un altro supporto, un articolo di Giuliano Zanchi dal titolo In aiuto del
Cireneo. Riflessioni sul compito ecclesiale della catechesi. Se il primo giorno è stato speso soprattutto sul valore dell’unità sacerdotale, infatti, i lavori di gruppo svolti il secondo giorno hanno avuto al centro tre temi generali che riguardano concretamente il servizio pastorale: la religiosità popolare (le processioni, le feste…), la struttura delle zone pastorali e il catechismo.

Una riflessione condotta in modo collettivo per restare nel solco della sinodalità, del fare le cose insieme. Un atteggiamento che riesce pienamente se illuminato dal gesto di Gesù che spezza il pane. Questo aspetto è stato sottolineato da mons Pompili nell’omelia della messa, a partire dal rimbrotto di san Paolo alle prime comunità cristiane. «Fratelli, non posso lodarvi, perché vi riunite insieme non per il meglio, ma per il peggio», scrive l’apostolo contestando ai cristiani di Corinto per il modo in cui si riuniscono.

Nelle prime comunità la celebrazione eucaristica era inserita nel pasto comune, ma accadeva che i più ricchi cominciassero presto non avendo da
lavorare e i poveri, di ritorno dai campi, si ritrovassero da soli, nell’atrio della casa: «invece di unire, la stessa Eucaristia finisce per riproporre le divisioni sociali tra poveri e ricchi che sono all’origine di ogni lacerazione».

Per questo il brano si conclude dicendo: «Aspettatevi gli uni gli altri», che vuol dire «cambiate atteggiamento e non trascurate gli altri, sapendo adeguarvi al loro ritmo».

Chi pone l’Eucaristia al centro della propria vita deve cioè evitare divisioni, pur riconoscendo e rispettando le inevitabili differenze. Anche
perché di fronte all’Eucaristia «tutti dobbiamo essere consapevoli di essere lontani da questa sincerità di atteggiamenti che riducono la liturgia ad un rito, invece di essere una espressione della vita secondo Cristo».

«Siamo ben lontani dalla comunione che a parole invochiamo», ha concluso il vescovo. «Dobbiamo ciascuno impegnarci di più ad aspettarci gli uni gli altri. Vuol dire mettersi nei panni dell’altro e cercare di camminare insieme». Perché diversamente «la Chiesa che finisce per essere una controtestimonianza che annulla tutti i nostri sforzi.

Quando camminiamo ognuno per proprio conto la strada si fa difficile. Se vuoi andare veloce vai da solo. Se vuoi andare lontano vai insieme. Questa è la Chiesa. Lenta e a volte quasi ferma, ma iniseme. Meglio fare meno cose insieme che tante da soli.

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