Media e misericordia, il vescovo Domenico: «Comunicare per ridurre le distanze»

Comunicazione e misericordia, un incontro fecondo: è il tema scelto dal Papa per la 50a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebra l’8 maggio 2016.

Il tema pare discendere direttamente dalla Celebrazione del Giubileo Straordinario della Misericordia. Come se il Santo Padre avesse voluto offrire un’occasione per riflettere sulle sinergie profonde tra comunicazione e misericordia.  Una buona comunicazione, infatti, è necessaria al dialogo, è indispensabile per la comprensione reciproca, aiuta la riconciliazione e apre lo spazio in cui possono avvenire incontri umani fecondi. Una linea di pensiero sulla quale proviamo a ragionare con il vescovo Domenico.

Eccellenza, qual è il rapporto tra comunicazione e misericordia?

In realtà, il tema della Misericordia attraversa tutti i messaggi per la giornata delle comunicazioni di Papa Francesco, declinato prima in relazione all’incontro (con l’icona del Samaritano), poi alla famiglia (con l’immagine della visitazione) e ora esplicitamente al mondo della comunicazione. In tutti i casi la Misericordia è un movimento che ci fa uscire da noi stessi, dalle abitudini e dai luoghi comuni, dal “si è fatto sempre così”, per avvicinarci agli altri. Questo accade sia quando ci si china su chi è ferito, sia abbracciando per festeggiare, comunque lasciandosi toccare il cuore, che è poi il significato letterale. Ridurre le distanze, coltivare prossimità sono anche gli obiettivi di una comunicazione autentica, prima ancora che scambiare messaggi. Collegare comunicazione e Misericordia significa che al primo posto non c’è il ‘diritto di informazione’, ma il ‘dovere di prossimità’. Quello che non va deve essere detto, ma per sollevare e non per schiacciare; e quello che è bello anche deve essere detto, diversamente da quanto accade generalmente nei media. Anzi deve essere ‘cantato’, come ha fatto Papa Francesco nella Laudato Sii, che è insieme una denuncia e un cantico. Inoltre la Misericordia non trasmette contenuti ma mette in moto processi, e regala uno sguardo nuovo a chi la esercita e a chi la riceve. Così dovrebbe essere la comunicazione.

Oggi la stampa e l’editoria stanno affrontando un momento difficile. Non solo per le condizioni del mercato, ma per il radicale cambiamento dello scenario. Nuovi dispositivi e reti sociali hanno dato vita ad una sorta di “infosfera”, un ambiente caratterizzato da continue interazioni nel quale non si ha più la semplice notizia, ma anche un pluriverso di commenti, tweet, immagini e filmati. Come si dà spazio e si fa respirare la “misericordia” in questo scenario?

L’infosfera, l’ecosistema dei media non fanno che rispecchiare il dato ontologico e antropologico fondamentale della connessione universale: tutto è connesso, ci ha ricordato il Papa nella Laudato Sii. Una connessione che i media non creano (dato che il tecnologico non produce l’antropologico, ma viceversa) però valorizzano. E questa non può che essere una ricchezza, per far risuonare testimonianze, per condividere momenti significativi anche al di là del luogo in cui sono accaduti, per creare solidarietà rispetto a obiettivi comuni. Pensiamo al ruolo che svolgono nel far risuonare la parola ‘misericordia’ nell’infosfera i tweet del Papa, le omelie di Santa Marta rilanciate da tutte le piattaforme oltre che dai media tradizionali, le visite ‘private’ (come quella al presepe di Greccio, ma anche agli anziani, alle mense dei poveri…) che diventando scintille di vicinanza capaci di infiammare ben oltre il qui e ora, educano a uno stile nuovo di abitare il mondo.

Dalla prima notizia della sua nomina, il suo episcopato è oggetto di molta attenzione. Viene allora da chiedersi quale impressione ricava il vescovo dall’infosfera reatina…

Mi sembra una infosfera vivace e radicata nel territorio. Non c’è nulla che passi inosservato e si coglie una passione per quel che fa bene o fa male al nostro ambiente. Di qui una comunicazione che sta dentro le cose di ogni giorno e riesce a documentare i fatti e le persone di volta in volta coinvolti dentro la vicenda umana. Forse l’unico limite che riscontro è un eccessivo tono critico e autolesionista che finisce per lasciare nell’ombra gli aspetti promettenti. Occorre certo evitare toni retorici e tanto più quelli provinciali però non giova al clima generale un atteggiamento sempre in picchiata che rischia di deformare un panorama che ha molti aspetti critici, ma anche innumerevoli potenzialità.

In questo panorama di cambiamento, a quale compito sono chiamati «Frontiera» e «Lazio Sette»?

Sia «Frontiera» che la pagina di «Avvenire» dovrebbero offrire, come già fanno in larga misura, uno spaccato della ricaduta sociale della fede. Si parla sempre troppo poco di quello che fa la Chiesa. Che è sempre là dove ci sono dei problemi e si tende a voltarsi dall’altra parte. Ci vuole un di più nella capacità di raccontare tutto e tutti per contribuire ad un’immagine della comunità cristiana più estroversa e meno ripiegata su se stessa. L’auspicio è che i media ecclesiali facciano proprio quanto suggerisce Francesco nella sua Enciclica ecologica: “Camminiamo cantando! Che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano la gioia della speranza” (n. 244).

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