Martini tra Milano e Gerusalemme: una fede che ha amato la terra

“La fede che ama la terra”: è il titolo di un celebre scritto del teologo gesuita Karl Rahner. In quest’ora di commosso e grato ricordo, rappresenta l’immagine che più sento di potere applicare alla testimonianza credente di Carlo Maria Martini. Sì, in lui vi era anche un genuino amore per la terra come ambiente naturale (prediligeva la montagna). Ma qui si tratta d’altro. È la terra civilizzata e abitata dall’uomo: la città. Quando giunse a Milano come arcivescovo, Martini si immedesimò subito con la città capoluogo della diocesi. Imparò ben presto a conoscerla in tutte le sue pieghe, positive e non. Ne scoprì anche le piaghe: quelle della sofferenza nascosta (carcerati, ammalati, poveri d’ogni genere) e quelle procurate dalla follia terroristica.

L’incontro con Milano e la sua gente rappresentò occasione per la piena maturazione di un convincimento, del resto, in lui ben vivo. E cioè che la fede cristiana, lungi dall’essere evasiva, deve invece farsi storia, dentro i cammini, sovente tortuosi e polverosi, degli uomini e delle donne. Una fede che rischia, “sporcandosi – per così dire – le mani”. La città rappresenta il luogo emblematico di questo “esercizio di contaminazione”.

Quando Martini pensava alla città, aveva sotto gli occhi la sua Milano (e, più in generale, le grandi città del mondo che, per motivi di studio o pastorali, da sempre frequentava). Però, su tutte, il suo pensiero, anche come biblista, correva a Gerusalemme. La Gerusalemme storica, che, forse meglio d’ogni altra, rappresenta lo strazio della incomunicabilità fra popoli per molti versi partecipi di vincoli (oltre che di destini) comuni; e la Gerusalemme messianica, entro le cui mura tutta l’umanità, redenta dal sangue dell’Agnello, è convocata per cantare le lodi dell’Altissimo, in un eterno Shalom, che sulla terra resta aspirazione ardente, ma quotidianamente smentita dalla durezza del cuore dell’uomo.

Ecco, possiamo dire che per Martini, la Gerusalemme celeste, luogo della piena e definitiva pacificazione fraterna, incarnava il paradigma ideale – inarrivabile, certo, ma carico di straordinaria forza attrattiva – per ogni città desiderosa di configurarsi con le fattezze rassicuranti di un amichevole volto umano. Da qui il suo impegno per una Milano aperta, accogliente, inclusiva, dialogante, mite, plurale, che in molteplici occasioni (penso in particolar modo ai discorsi di Sant’Ambrogio e alla Cattedra dei non credenti) ebbe modo di tratteggiare.

Ma Martini non si sentì mai “un uomo solo al comando”. Aveva piena consapevolezza del fatto che all’impegno per umanizzare la città doveva concorrere l’intera Chiesa locale, popolo di Dio, nell’articolazione delle sue componenti e delle rispettive funzioni: preti, religiosi e religiose, laici. Ai laici, in particolare, spettava (spetta) il compito d’inscrivere dentro la trama e i luoghi feriali della vita tracce di bene, di responsabilità, di speranza, di perdono, di fraternità. Da lì (e solo da lì) – ci insegna Martini – può nascere un progetto di città che, nonostante le insanabili tensioni e contraddizioni, ambisca ugualmente a compiere qualche passo in avanti nell’auspicabile processo di umanizzazione. Consapevoli, inoltre, che nella città, nel succedersi frenetico degli impegni e delle relazioni, la fede viene messa alla prova: con l’onere di dimostrare di volere davvero bene alla terra.

Nell’attuale momento di dolore, sento questi pensieri fra i più preziosi del magistero del card. Martini: un credente che per lunghi anni ci ha testimoniato un amore appassionato, non solo per il Signore e per la Chiesa, ma anche per l’uomo, per la città e per il loro destino.

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