Maltesi al voto: l’Europa trema

Diverse chiamate alle urne sono attese nei Paesi Ue nelle prossime settimane, a partire dalle politiche alla Valletta del 3 giugno. Poi Regno Unito, Italia (amministrative), Francia... Gli orientamenti delle opinioni pubbliche nazionali si influenzano a vicenda in un rapporto di causa-effetto, così come i risultati dei singoli test elettorali

Altre tornate elettorali di passione attendono l’Unione europea. Nelle prossime settimane i cittadini di alcuni Paesi saranno chiamati ai seggi per scegliere, di volta in volta, parlamenti – e conseguentemente governi –, sindaci e amministrazioni municipali. Il 3 giugno toccherà ai maltesi (elezioni legislative), l’8 i britannici (per rinnovare Westminster), l’11 l’Italia (primo turno comunali) e la Francia (primo turno politiche). Poi il 18 torneranno ai seggi i francesi per il secondo turno delle politiche e il 25 gli italiani per i ballottaggi che si rendessero necessari per i sindaci delle città medio-grandi.

Dopo l’estate il voto più atteso è quello per il Bundestag tedesco. Ma non mancheranno altre elezioni generali o parziali in altri piccoli e grandi Paesi del Vecchio continente.
Cosa lega insieme questi eventi apparentemente slegati tra loro? Anzitutto il fatto che la politica europea è sempre più interdipendente; in secondo luogo l’elemento populismo-nazionalismo, che attraversa l’Europa intera e che si prospetta come ostacolo alla stabilità politica e al processo di integrazione comunitaria.
Soprattutto è il primo elemento che fa riflettere. Malta, ad esempio, minuscolo Stato all’estrema appendice meridionale dell’Europa, con meno di 500mila abitanti, diventa politicamente rilevante in questo frangente perché detiene, fino al 30 giugno, la presidenza di turno del Consiglio dei ministri Ue. Ruolo che ai più può sembrare di poco conto, ma che invece si rivela essenziale per la produzione legislativa e la conduzione delle politiche comunitarie (gestione dei fondi compresa). I ministri della Valletta presiedono, a turno, le riunioni dei ministri europei degli esteri, dell’economia, del lavoro, dell’industria, dell’ambiente e così via: per cui un ministro “a mezzo incarico”, con la poltrona traballante in relazione alle elezioni nazionali, che forza politica può avere in un contesto continentale?

Altro esempio: gli inglesi voteranno l’8 giugno per rinnovare la composizione del loro parlamento. Da ciò dipenderà anche la tenuta, la caduta o il (probabilissimo) rafforzamento del governo di Theresa May, che all’indomani del il voto avvierà i negoziati per il Brexit. Quindi le condizioni nelle quali verrà trattato e realizzato il divorzio Londra-Ventisette, e dal quale dipenderanno le relazioni future tra l’isola e l’Ue, discende in buona misura dalla tornata legislativa del Regno Unito.
Analoghe riflessioni potrebbero svolgersi per l’Italia (il governo Gentiloni, che fra l’altro presiede il G7, sarà rafforzato o messo in crisi dalle comunali?), per la Francia e così via. Gli orientamenti delle opinioni pubbliche nazionali, le tentazioni nazionaliste o protezioniste, i sentimenti antieuropei, la politica di ogni Paese si rivelano dunque fattori correlati, capaci di influenzarsi a vicenda secondo processi di causa-effetto. Un prova ulteriore che la “globalizzazione” – anche politica – avanza e che nessuno può, piaccia o meno, far da sé.

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