Chiesa di Rieti

L’ultimo saluto a don Giuseppe, sacerdote che «ha compiuto il ministero con animo generoso»

Don Giuseppe Di Gasbarro è tornato nella chiesa di San Giovanni Bosco, della quale era stato parroco dal 1997 al 2011, per ricevere l'ultimo saluto di confratelli e fedeli, intervenuti numerosi alle esequie presiedute dal vescovo Domenico

L’invito di Pietro agli anziani a pascere il gregge di Dio, «quale anziano quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi», ha offerto lo spunto al vescovo Domenico per rendere il giusto omaggio alla memoria di don Giuseppe Di Gasbarro, il cui funerale si è celebrato nel giorno in cui ricorreva liturgicamente la Cattedra di san Pietro.

Don Giuseppe è tornato nella chiesa di San Giovanni Bosco, della quale era stato parroco dal 1997 al 2011, per ricevere il saluto di confratelli e fedeli, intervenuti numerosi alla Messa funebre. Monsignor Pompili, affiancato da monsignor Lucarelli e monsignor Chiarinelli, ha iniziato la liturgia ricordando proprio il servizio in parrocchia di don Giuseppe, chiamato a raccogliere il testimone da don Mario Laureti dopo diversi anni trascorsi a Monteleone Sabino. Tanti gli interventi seguiti per l’edificio sacro, che con l’abbassamento del soffitto e l’adeguamento del presbiterio e del sistema di riscaldamento e amplificazione, venne reso una casa accogliente per i fedeli del quartiere di Villa Reatina, come ricorda l’iscrizione posta sul sagrato.

Don Giuseppe, nativo di Sant’Anatolia di Borgorose, era divenuto sacerdote fra i Salesiani. Dopo un’esperienza missionaria che lo portò fino in Australia era poi ritornato nella nativa diocesi reatina, dove pure un suo zio, don Giovanni Di Gasbarro, era prete. Don Giuseppe fu un vero «anziano», cioè un «presbitero», ha sottolineato don Domenico, richiamando le parole di san Pietro e il termine specifico con cui il cristianesimo definisce chi è investito del sacerdozio ministeriale. Una parola che, nel riferirsi all’età che avanza, somiglia alla “presbiopia” che è il vedere meglio da lontano. E don Giuseppe, ha aggiunto il vescovo, fu proprio uno che ha visto lontano, che «ha sempre mantenuto questo sguardo aperto verso l’orizzonte più lontano». Uno sguardo «sereno, aperto, ma soprattutto profondo», con cui si è reso «familiare a ciascuno di noi».

E da ex parroco di Vallepietra, monsignore ha ricordato anche il profondo legame che il defunto sacerdote aveva con il santuario della Santissima Trinità, dove trascorreva diversi periodi estivi a dare una mano per le confessioni. Un modo a lui molto caro per rendersi prossimo alle anime, di avere uno sguardo accogliente e sensibile.

Don Giuseppe, ha sottolineato Pompili, ha ben incarnato quanto raccomandato ai presbiteri da san Pietro nel brano proclamato nella celebrazione: innanzitutto «non ha fatto le cose costretto, ma volentieri», capace di dare prova «di una autenticità della sua vocazione»; ha compiuto il ministero senza interesse ma «con animo generoso», poiché «non ha mai conto di sé, né mai ha inteso difendere posizioni di rendita, sempre assolutamente libero alla sua personale posizione»; e poi il non fare «da padrone», perché «sapeva che i cristiani non vanno padroneggiati, ma vanno ispirati: il suo modo di fare era la maniera in cui egli riusciva a catturare l’attenzione e a orientare le persone».

Infine un ricordo della sua serenità, che non lo ha abbandonato nell’ultimo periodo in cui il male che lo affliggeva si era fatto più pesante fino a renderlo quasi completamente disabile: anche intubato in ospedale, ha voluto raccontare il vescovo, «nel vedermi ha mostrato una forma così contagiosa di sorriso che mi sono veramente edificato rispetto alla serenità di un uomo che anche in quella situazione sapeva cogliere il senso di quello che stava vivendo».

Al termine della liturgia – prima del grazie dei parenti, per bocca della nipote, al clero e alla diocesi, e in particolare ai sacerdoti e alle suore della Casa Buon Pastore dove è stato accolto e curato «come un papà» negli ultimi anni – il grazie della comunità di Villa Reatina lo ha espresso, a nome di tutti i parrocchiani, Angelo Festuccia, ricordando che con lui se ne va, dopo don Mario, un’altra colonna portante della vita della parrocchia intitolata a don Bosco. Qui don Giuseppe fu ben lieto, da ex salesiano, di giungere, impegnandosi nella ristrutturazione della chiesa e affrontando «con umiltà e perseveranza tanti sacrifici e tante rinunce pur di portare avanti questo progetto».

Angelo ha ricordato quanto il sacerdote raccomandò ai parrocchiani nel lasciare, a causa del sopravanzare dell’età e dell’inesorabile aggravemento delle condizioni di salute, la guida della parrocchia dopo aver pienamente realizzato quel progetto: «Io ho ristrutturato la chiesa, ora tocca a voi riempirla». Cosa in cui, ha detto il rappresentante della comunità parrocchiale, «ce la stiamo davvero mettendo tutta» con chi gli è succeduto, don Salvatore prima e don Jean Baptiste ora. «Caro don Giuseppe, non ci hai lasciato solo una bella chiesa. I gruppi parrocchiali che hai creato e quelli che hai trovato in parrocchia dopo don Mario hanno avuto in te un incrollabile punto di riferimento». Come non ricordare «i meravigliosi pellegrinaggi e le indimenticabili gite» che organizzava con i fedeli?

Dietro una parvenza di severità, si nascondeva, ha detto ancora Festuccia, «una persona generosa, che celava dentro una immensa sensibilità che a volte non riuscivi a trattenere: e così con il passare del tempo sei diventato l’amico buono di tutti i bambini di Villa Reatina. E chi ha avuto il piacere di lavorare a stretto contatto con te può testimoniare un sacerdote davvero mite, capace di ascoltare profondamente e di consigliare saggiamente». Infine, la capacità di accogliere la sua debilitante malattia, «che ti ha trasformato nel corpo senza per niente scalfirti l’anima». Mai un lamento, «mai ti abbiamo visto scoraggiato e amareggiato».

Lui, che era un gran camminatore, era stato costretto via via a fermarsi. «Caro don Giuseppe, in attesa di tante altre camminate, riposati in pace».

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