LIBRI / Quando la crisi fa bene

In un libro di Luigino Bruni il segreto per rendere positivi i momenti difficili nelle comunità e nelle organizzazioni

timthumb“Gli esseri umani sono molto più complicati, complessi, ricchi e misteriosi di quanto le istituzioni e le imprese credano”. Luigino Bruni, docente alla Lumsa ed esperto soprattutto di economia di comunione, mette il dito sulla piaga, anzi, su una delle piaghe. Il suo recente “La distruzione creatrice” (Città Nuova, 96 pagine, con una introduzione di Marco Tarquinio) è una raccolta di articoli usciti su “Avvenire” in cui si fa il punto della situazione delle comunità carismatiche e delle organizzazioni a movente ideale, le cosiddette Omi. Vale a dire che si analizza lo sviluppo di organizzazioni nate dal carisma speciale dei fondatori o dalla volontà di aiutare alcune categorie di persone –giovani, diversamente abili, ex-detenuti, ecc.- a inserirsi nel mondo del lavoro. Se si nasce dal carisma di una persona speciale, si devono fare i conti, dice Bruni, con il dopo. Quando il carisma del fondatore non c’è più, il rischio è di farsi prendere dalla smania organizzativa, legalistica, raziocinante, riducendo quel dono di Dio ad una macchina, per quanto efficiente. La domanda è: vale la pena? La risposta dell’esperto è no. Perché facendo così non si fa altro che dare ragione ad un’economia di mercato che premia l’efficienza nuda e cruda, promuove l’incentivazione, la concorrenza interna, l’ansia da prestazione. Uno dice: va bene, se funziona, perché no? Perché, sembra dire Bruni, la realtà di una comunità carismatica o di una Omi non è la stessa di una azienda. Anzi, l’autore va oltre, e fa capire che anche l’industria “normale” potrebbe trovare giovamento da una più attenta considerazione della complessità umana. La scomparsa di un leader carismatico rischia di gettare la comunità da lui fondata in una crisi profonda, anche se le crisi hanno elementi di positività. In fondo lo aveva detto uno di cui ci si può fidare, san Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi: “quando sono debole, è allora che sono forte”, e la cosa non è così strana come potrebbe apparire: quando siamo in crisi sentiamo che qualcosa deve cambiare in noi, cresciamo, affiniamo le nostre capacità di sopravvivenza. Una volta superato quel momento, lo ricorderemo con gratitudine e con nostalgia, perché abbiamo scoperto in noi forza, resistenza, intelligenza, abnegazione. Bruni sostiene quindi l’idea che nelle realtà carismatiche, e non solo in quelle, dovremmo vedere più positivamente gli elementi di crisi perché potrebbero essere necessari per capire meglio dove si vuole andare. E questo lo si può fare in vari modi: ad esempio, fidandosi di più delle capacità non immediatamente “spendibili” delle persone, dei loro carismi, che potrebbero portare in realtà molti frutti: “E’ la coscienza della partecipazione allo stesso spirito che crea comunità fraterne, come quelle carismatiche, che restano carismatiche finchè restano anche fraterne”.

La nuova economia, quella compatibile, quella distribuzionista, non è molto lontana da questa concezione della gestione comunitaria, anche se, ovviamente, vi si inserirebbero dinamiche più direttamente legate al mercato. Ma lo spirito è quello giusto. Non bisogna andare nel settore carismatico e religioso per capire che la spersonalizzazione, la meccanicizzazione, l’irreggimentazione dei cervelli porta ad un impoverimento, anche perché poi le crisi arrivano comunque, e, dice Bruni, per uscirne fuori, bisogna avere coraggio, rimettersi in discussione, non dare la colpa solo agli altri, metterci il cuore.

Il messaggio che ci viene da “La distruzione creatrice” lascia sperare in un domani in cui le imprese, diventate a misura d’uomo, possano servirsi dei fallimenti e delle difficoltà per divenire più forti o per contribuire alla crescita di altre realtà guidate dall’entusiasmo e dalla genialità non represse delle persone. Se i nostri cervelli migliori se ne devono andare all’estero per ricevere premi e riconoscimenti, cacciati dal clientelismo e dal conformismo, è probabile che Bruni non stia parlando solo di buoni sentimenti.

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