L’Europa è avvertita. Ora muoversi insieme

Il tema della crescita torna puntuale: come rilanciare produzione, lavoro e redditi nel Vecchio continente? Sposando il dogma rigorista di Berlino oppure prendendo la strada della flessibilità dei bilanci pubblici, per alimentare gli investimenti e l’occupazione? Il Consiglio Ue del 30 agosto e quello di ottobre (nomine politiche, azione economica) potrebbero dare qualche risposta.

In tempi di infinita recessione può accadere che la teoria e la prassi economica percorrano strade diverse, tanto da travolgere – insieme ai lavoratori, ai risparmiatori e alle imprese – anche gli esecutivi nazionali. Le dimissioni del governo francese, guidato da pochi mesi da Manuel Valls, lo dimostrano ancora una volta. La crisi che dal 2008 fa terra bruciata in Europa ha già lasciato sul campo vari presidenti o premier, dalla stessa Francia (Sarkozy) alla Spagna (Zapatero) all’Italia (Berlusconi); senza dimenticare i cambi della guardia o le instabilità politiche registrate in Grecia, Regno Unito, Slovenia, Irlanda, Portogallo, Slovacchia, Croazia, Bulgaria, Romania…

Eurodubbi…

Il presidente francese, François Hollande, dopo le dimissioni – intervenute il 25 agosto – del primo ministro Manuel Valls, gli ha subito chiesto di dar vita a una nuova compagine governativa che, soprattutto in materia economica, mostri un programma “coerente con gli orientamenti” già “definiti per il nostro Paese”. Nei giorni scorsi il ministro dell’economia, Arnaud Montebourg, aveva criticato Valls, e dunque lo stesso Hollande, rei a suo avviso di tenere una linea debole rispetto alla Germania e all’austerità che Angela Merkel starebbe imponendo all’Ue. È il tema della crescita che torna puntuale: come rilanciare produzione, lavoro e redditi nel Vecchio continente? Sposando il dogma rigorista di Berlino oppure prendendo la strada, da molti auspicata, della flessibilità dei bilanci pubblici, per alimentare gli investimenti e l’occupazione? È il tormentone che attraversa l’Unione europea da parecchi mesi e che finora non ha prodotto effetti concreti: anche perché, come è già stato detto in tutte le salse, solo deficit limitati, debiti statali in contrazione, sistemi bancari in buona salute, possono liberare energie per far ripartire il treno economico.

Doppio binario.

In fin dei conti è quanto ha sostenuto ancora una volta il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, con il suo ormai arcinoto intervento al forum dei banchieri centrali di Jackson Hole lo scorso fine settimana. Il capo della Bce ha dapprima tracciato una puntuale analisi della situazione – ripresa troppo debole, scarsa competitività, rischio deflazione, disoccupazione a livelli insostenibili -, per poi ribadire quanto già espresso in passato: si può utilizzare la flessibilità insita nei Trattati riguardo i tempi e le modalità per rispettare il Fiscal Compact e i “virtuosi” parametri di Maastricht su deficit e debito; al contempo bisogna proseguire con le riforme nazionali agendo, fra l’altro, su tagli alla spesa pubblica, fisco, mercato del lavoro. Non da ultimo, è necessario proseguire con le azioni di livello comunitario, per rendere l’Europa un vero competitore globale: dunque governance condivisa, unione bancaria, completamento del mercato interno. Cui si potrebbero aggiungere politiche comuni per energia, ricerca, infrastrutture. È la ricetta del doppio binario: rigore e sviluppo, investimenti e consumi, più Europa e più capacità decisionale dei governi degli Stati membri. Per addolcire la pillola, Draghi ha però promesso “misure non convenzionali” per appoggiare il processo di ripresa, facendo subito pensare a benefiche iniezioni di liquidità e al rinnovato controllo dei tassi di interesse.

È il momento giusto?

È un programma di lavoro non dissimile da quello che il presidente designato della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha presentato a luglio prima al Parlamento europeo e poi al Consiglio europeo, tenendo un piede nella scarpa del rigore e l’altro in quello della crescita e promettendo un piano di investimenti Ue per 300 miliardi. Ma per percorrere questo cammino occorre “più Europa”: non per mortificare l’azione dei governi e gli interessi di singoli Stati, ma per rafforzare l’Ue nel suo insieme, facendone un soggetto economico e politico di caratura mondiale. E qui la teoria torna a scontrarsi con la prassi. In tempi di nazionalismi diffusi, di particolarismi di ritorno, si invocano ulteriori “cessioni di sovranità” dalle capitali verso Bruxelles. Eppure l’euroscetticismo ha lanciato un segnale forte alle elezioni di maggio; Londra prende quotidianamente le distanze dall’Ue; i Paesi del nord Europa guardano con sospetto le economie deboli del sud e dell’est. Può essere questo il momento giusto per rafforzare la governance brussellese e l’integrazione politica?

Guardando avanti.

Una flessibilità sui conti pubblici che si sposi con serie riforme (magari costose sul piano sociale); investimenti “keynesiani” senza però tornare alla crisi del debito sovrano. Sembra la via, tutta in salita, che ha dinanzi a sé l’Europa intera, non solo quella della moneta unica. L’economia tedesca ha rallentato, quella francese e italiana sono ferme. Procedono meglio i Paesi dell’est e quelli che hanno accettato riforme pesanti, come la Spagna. Per questo, ha affermato di recente l’americano Michael Spence, Nobel per l’economia, “l’Europa deve mettere da parte le divisioni”, consentire “deroghe transitorie” alle regole fiscali e di bilancio, intraprendendo “tutta insieme un cammino di crescita basato su nuovi investimenti e sul rilancio della domanda”, anche con “misure di alleggerimento tributario” e dunque con tagli al welfare. Ancora una volta l’Europa sembra richiamata alla necessità di muoversi “tutta insieme”: l’Ue prenderà questa direzione? Il Consiglio Ue del 30 agosto e quello di ottobre (nomine politiche, azione economica) potrebbero dare qualche prima risposta.

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