Cultura

L’eredità di san Gerolamo, 1600 anni dopo

Il 30 settembre si festeggia il 1600° del Padre, maestro dell’approccio dinamico e aperto nei confronti del testo sacro. Perché, scriveva, l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo

Il 30 settembre 2019 papa Francesco istituiva la “Domenica della Parola di Dio” con una lettera apostolica in occasione dell’inizio del 1600° anniversario della morte di Gerolamo, che, secondo la tradizione della Santa Sede, ricorre proprio il 30 settembre. La figura del Padre della Chiesa amante delle Scritture e il suo contributo alla ricostruzione e all’interpretazione del testo biblico sono ancora di stimolo per i cristiani dei nostri giorni. Com’è noto, i tempi della Chiesa sono piuttosto lenti in ogni epoca. Basti pensare per esempio alle variazioni che sono state introdotte nella nuova traduzione Cei del 2008 e che ancora aspettano di essere recepite diffusamente. Innovare non è facile, soprattutto quando il processo di rinnovamento parte da una riscoperta dell’antico, di ciò che era in origine e che si trova profondamente attuale, per quanto stridente con le tradizioni rigidamente consolidate. È una situazione simile a quella in cui si trovò Gerolamo durante il suo soggiorno romano (382-385), quando fu criticato dagli avversari cristiani conservatori con l’accusa di aver voluto modificare i Vangeli, mentre si era limitato a verificare e correggere, sulla scorta dell’originale greco, la cattiva traduzione latina allora in circolazione. Gerolamo però non si fermò qui e intraprese anche il cammino verso l’Hebraica veritas, ricorrendo cioè, per l’Antico Testamento, all’originale ebraico, per intendere più correttamente il testo biblico e comprendere più in profondità gli inesauribili significati delle Scritture.

Quello di Gerolamo, sulle orme del suo maestro Origene, fu dunque un approccio dinamico e aperto nei confronti della Bibbia. L’obiettivo non era incasellare il significato delle Scritture una volta per tutte, bensì liberare il testo dalle incrostazioni che nel corso del tempo si erano accumulate e di pari passo cercare sempre un significato profondo e autentico. Quando Gerolamo scriveva che l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo intendeva sottolineare l’esigenza di uno studio biblico responsabile e affidabile, perché dalla conoscenza e dalla comprensione delle Scritture deriva il modo di essere e di vivere dei cristiani. Belle, in questo senso, le delicate pennellate con cui Gerolamo tratteggia il profilo della nobildonna romana Marcella, discepola e maestra al contempo, la quale era animata da un incredibile ardore nei confronti delle Scritture e non si accontentava facilmente delle risposte che lo stesso Gerolamo le dava sui problemi scritturistici da lei sollevati: Marcella era ammirevole per zelo e intelligenza ed encomiabile, perché pur tra impegni familiari e faccende domestiche si dedicava allo studio delle Scritture. Proprio questo quadro, che può apparire idilliaco ed è schizzato con sapiente retorica, ci fa capire che per Gerolamo lo studio delle Scritture non era riservato esclusivamente ai dotti, che litigano sul significato dei testi biblici e trasformano la Parola di Dio in un’arena da atleti, che si sfidano e, se sono sconfitti, si odiano.

Le Scritture non sono riservate a pochi gruppi scelti o ad alcuni privilegiati, ma sono un dono per tutti i cristiani, come ci ricorda papa Francesco nella lettera dello scorso anno: «La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo». Alla base di questa “riscoperta” delle Scritture vi è la riflessione fondamentale del Concilio Vaticano II e in particolare della Dei Verbum «che esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere “la sublime scienza di Gesù Cristo” (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture». Ancora una volta sono stimolanti le parole di Gerolamo, il quale osserva che ci nutriamo della carne e beviamo il sangue del Signore non solo nel mistero eucaristico, ma anche nella lettura delle Scritture: la conoscenza delle Scritture rappresenta dunque vero cibo e vera bevanda che si assumono dalla Parola di Dio. Sempre Gerolamo afferma che il Vangelo è il corpo di Gesù e intende Gv 6,54 («Chi non mangerà la mia carne e non berrà il mio sangue») in riferimento sia al mistero eucaristico sia al corpo e al sangue di Cristo che sono la parola delle Scritture. Questo passo, già ricordato nella Verbum Domini di Benedetto XVI, continua con un’immagine che rappresenta con efficacia l’importanza delle Scritture per un cristiano: ogni volta che ci accostiamo al mistero eucaristico, se cade una briciola, siamo in pericolo; ogni volta che ascoltiamo la Parola di Dio, che viene versata nelle nostre orecchie, e noi pensiamo ad altro, incorriamo in un grande pericolo. Lo studio e l’ascolto delle Scritture richiedono partecipazione, condivisione, apertura alla ricerca, dialogo, passione e disponibilità al rinnovamento, per evitare di rinchiudersi in steccati rassicuranti e in letture moralisticamente tranquillizzanti, che negano in concreto un ruolo attivo, fondativo e rivoluzionario alle Scritture. La pandemia che stiamo attraversando ha affidato in modo nuovo la Bibbia alle Comunità dei cristiani, ha scosso i bastioni vacillanti della clericalizzazione e ha risvegliato nel popolo del Signore una fame che ravviva il desiderio della differenza cristiana.

da avvenire.it

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