Cinema

Leonardo Sciascia e il cinema, una lunga storia d’amore

Dai suoi romanzi sono stati tratti nove film. La sua scrittura si presta alla macchina da presa perché è già una sceneggiatura. Ma non scrisse nessun testo ad hoc per il grande schermo

C’è un rapporto strettissimo tra il cinema e Leonardo Sciascia, di cui si celebra oggi il centenario della nascita. E non solo perché dalle sue opere letterarie sono stati tratti nove film, realizzati da registi di impegno civile come Damiano Damiani, Elio Petri, Francesco Rosi, Gianni Amelio, Emidio Greco. Il linguaggio cinematografico, infatti, ha avuto una larga influenza sulla tecnica narrativa dello scrittore di Racalmuto, appassionato spettatore dei noir francesi degli anni ‘30, quelli del “realismo poetico” di Jean Rénoir e Marcel Carné, autori di capolavori come La grande illusione (che era il suo preferito), L’angelo del male, Alba tragica, Il porto delle nebbie, con storie dove emerge la fatalità del destino umano in un contesto di ingiustizie e di emarginazione rappresentato spesso da eroi solitari e maledetti come quelli interpretati da Jean Gabin.

Film quasi sempre di denuncia politica, animati da uno spirito volterriano, come i racconti di Sciascia il cui stile è similmente immediato e graffiante, scarno, essenziale, “impressionistico” nella descrizione degli ambienti. Una scrittura, la sua, che si presta a essere tradotta senza tradimenti dalla macchina da presa perché è già, di per sé, una sceneggiatura. Anche se lui, per scelta, di script per il cinema non ne ha mai voluti fare.

Fu tentato però, racconta il nipote Fabrizio Catalano, autore e regista teatrale (sul nonno ha scritto, con altri, Il tenace concetto, appena uscito nelle librerie per Rogas, euro 11,70) dalla proposta che gli fece Sergio Leone di scrivere insieme a lui e ad altri il copione di C’era una volta in America, «ma quando seppe che nel cast non figurava Henry Fonda, un suo idolo, si tirò indietro….». O forse, fuor di ironia, decise così perché non credeva che potesse venir fuori, tra loro, una collaborazione libera, serena e fruttuosa. In seguito, stimolato anche dall’amicizia con il regista Enzo Muzii, Sciascia pensò di sceneggiare I sotterranei del Vaticano, di André Gide. Ma anche in questo caso non se ne fece nulla.

Un mistero da indagare e l’idea della Sicilia «come metafora del mondo» sono comunque i filoni principali delle trame sciasciane, quasi tutte d’impianto poliziesco o investigativo: racconti dove i fatti legati alla realtà diventano punto di partenza di un’analisi e di una riflessione (pessimistica) sociopolitica. Materia buona per il grande schermo. Delitti di mafia, omertà, collusioni con il potere, verità occultate e una giustizia che arranca sono i temi che corrono, si incrociano e si sviluppano nei film ispirati a Sciascia.

Il primo incontro tra i romanzi del siciliano e il cinema è con A ciascuno il suo, di Elio Petri, adattato da Ugo Pirro e uscito nel 1967: un duplice omicidio di mafia viene camuffato come passionale: sarà un giovane professore, splendido Gian Maria Volonté, a dipanare la matassa, finendo però nella rete degli assassini. Il giorno della civetta (1968) è un classico poliziesco, diretto da Damiano Damiani con gli impeccabili e fascinosi Franco Nero e Claudia Cardinale. Tutto ruota attorno all’inchiesta di un capitano dei carabinieri sul misterioso omicidio di un imprenditore edile commissionato da un boss locale che alla fine, benché scoperto, rimarrà impunito.

Un caso di coscienza, di Giovanni Grimaldi, del 1970, è invece un giallo insolito, narrato coi toni leggeri della commedia, una specie di germiano Signore & Signori all’ombra dell’Etna dove l’indagine è rivolta a scoprire, in un piccolo borgo del Catanese, una moglie fedifraga e il di lei marito cornuto. E gli investigatori sono, riuniti in un curioso sodalizio, i notabili del paese: l’avvocato, il medico, il giudice, il ricco commerciante, il farmacista, il geometra del Comune. Ognuno dubita della propria consorte ma si allea con gli altri per scoprire chi di loro è il marito tradito. Ma la realtà sarà ben diversa dall’iniziale sospetto. Lando Buzzanca e Turi Ferro da incorniciare.

Nel 1976 escono tre film di ispirazione sciasciana: Una vita venduta, di Aldo Florio, è un adattamento del racconto L’antimonio, tema di fondo, la Sicilia come «mondo offeso». Ambientato durante la guerra civile spagnola, il film racconta la storia di due siciliani volontari fascisti che combattono a fianco dei falangisti di Franco: uno si è arruolato per sfuggire alla miseria delle miniere di zolfo, l’altro vuole andare in America per ritrovare la sua famiglia emigrata: quest’ultimo finirà nel plotone che fucilerà l’amico disertore. Il grottesco Todo Modo, firmato da Petri, evoca, come sottolineò il regista «quella farsa nerissima che si respirava in Italia in quegli anni». Nel raccontarla, però, come ammise lo stesso autore, si forzò Sciascia trasformando la storia in una favola oscura. «Ma il film mostra, come il romanzo, il potere che mangia stesso», precisa Catalano. Una “morale” che ritroviamo anche in Cadaveri eccellenti, di Francesco Rosi, tratto dal romanzo Il contesto, spietato affresco degli anni di piombo, con i tentativi di golpe, la corruzione dei politici e le trame sottese. Lino Ventura è un insuperabile ispettore che scoprirà l’origine della terribile scia di sangue, ma alla fine dovrà soccombere.

Porte aperte (1987), di Gianni Amelio, ancora con Volonté, è un j’accuse sulla pena di morte: nella Palermo degli anni ‘30 un giudice coraggioso si oppone alla fucilazione di un imputato pluriomicida perché ritiene che la condanna sia più crudele degli stessi delitti commessi. Più intricata, a dispetto del titolo, è la vicenda di Una storia semplice (1991), di Emidio Greco. È l’ultimo film interpretato da Volontè, qui nei panni di un enigmatico professore: la misteriosa morte di un anziano diplomatico nasconde le malefatte di un commissario corrotto e di un prete. Il Consiglio d’Egitto (2002), anche questo diretto da Greco, con Silvio Orlando e Renato Carpenteri, va alle radici della cultura arabo–siciliana: nella Palermo del ‘700 un frate impostore vorrebbe sovvertire l’ordine costituito.

Sciascia andava a vedere i film ispirati ai suoi libri come uno spettatore qualsiasi e con sufficiente distacco. «Nel mio atteggiamento verso di te – scrisse a Petri – non c’è stata altra ragione che quella di lasciarti ogni possibile libertà ma evitando accuratamente di diventare tuo complice». Perché, diceva, «uno scrittore fornisce al regista solo suggestioni o trame e quando cede un soggetto al cinema deve prepararsi a vedere un’altra cosa rispetto al suo libro. Ma io mi ritengo fortunato del fatto che dai miei racconti siano venuti fuori dei buoni film».

da avvenire.it

Rispondi