Televisione

Leonardo, quanto può inventare chi fa fiction sulla storia?

Storica, autrice di fortunati gialli storici ambientati durante la seconda mondiale con protagonista Martin Bora, Ben Pastor ci aiuta a capire dov'è il paletto che fa tanto discutere il pubblico della serie dedicata a Leonardo su Rai Uno

La serie su Leonardo in onda il martedì sera su Rai Uno fa discutere, c’è chi l’accusa di aver esagerato con le licenze cinematografiche e chi l’assolve perché in fondo è fiction. Abbiamo chiesto a Ben Pastor, storica, scrittrice di successo creatrice per Sellerio dei romanzi storici con protagonista l’ufficiale tedesco Martin Bora, di aiutarci a capire dove sta il confine accettabile tra storia e invenzione.

Per un romanzo o una fiction che si definiscono storici con nomi reali ci sono più paletti?

«A volte non sono paletti, è proprio una staccionata. Il discrimine nella narrativa di invenzione è la verosimiglianza: non è accaduto ma avrebbe potuto accadere. Quando però si prendono licenze che stravolgono quello che noi sappiamo essere il fatto storico allora si finisce in un altro ambiente. Penso a un film grottesco che dichiaratamente si discosta dalla storia, come Morto Stalin se ne fa un altro, che racconta una cosa irreale ma verosimile, in modo grottesco. Ma è uno stravolgimento annunciato. Direi che i paletti sono essenzialmente due: se non è storico ma “liberamente ispirato” è più corretto dichiararlo, secondo “parce sepulto”, i morti vanno rispettati: i personaggi storici hanno avuto vite anche travagliate, ma non è necessario renderle ad ogni costo sopra le righe. Ognuno è libero di fare come vuole, ma il definirsi registi o narratori di qualcosa di storico “impegna” perché a quel punto è la storia a parlare non noi».

A proposito di Leonardo ci si è giustificati dicendo che si temeva un prodotto noioso…

«Già, s’ è detto “mica potevamo farne una ‘rottura di attributi’ ”. Sono punti di vista, ma è difficile che la storia sia tale dato che contiene sempre dramma, amore, morte, sofferenza, gioia, in una parola vita. Penso al film Il peccato sulla vicenda di Michelangelo Buonarroti, una stupefacente ricostruzione della vita dei tagliapietra e dei loro drammi. Si può fare fiction storica senza deviare più di tanto e intrattenendo. Il punto è intendersi su che cosa significa “noioso” e non dimenticare che non è un dato oggettivo ma la percezione soggettiva di chi vede o legge: ho sentito definire noiosi la musica classica, il latino, la storia. Per me è noioso il calcio, eppure non mi sognerei di fare una bandiera di questa mia noia, è un fatto soggettivo che milioni di persone del mondo non condividono, anzi».

Chi nel dibattito difende il Leonardo televisivo dice: in fondo non è un documentario. Che differenza c’ è tra una fiction storica e un documentario?

«Anche il documentario può contenere una distorsione perché spesso ha un punto di vista rispetto alla vicenda storica: sceglie che cosa raccontare e che cosa no, fa in questo modo delle deroghe alla verità, ma il documentario, rispetto alla fiction, ha in genere il dovere di essere di per sé molto più aderente ai fatti. A mio modo di vedere, nel romanzo, la libertà dell’ invenzione sta nei fatti che non sono detti esplicitamente ma che possono essere implicati dalle biografie delle persone di cui si scrive: sugli aspetti rimasti oscuri di una vita c’ è più margine di invenzione».

È per questo che i protagonisti dei romanzi storici sono in genere comprimari e non protagonisti della Storia di cui sappiamo troppo?

«Il comprimario al 90% inventato o tutto inventato che si rapporta ai protagonisti li illumina, il segreto è quello della crocifissione di Pietro di Caravaggio: in primo piano ci sono ci sono i rozzi soldati che crocifiggono San Pietro, il vero protagonista e la sua crocifissione, vero soggetto del dipinto, sono in secondo piano. Da romanzieri aiuta usare i comprimari per farli muovere in un affresco storicamente attendibile, perché in loro si ha completa libertà. Il problema è come farli parlare credibilmente, che poi è la grande questione manzoniana. Bisogna fare la tara al linguaggio sapendo di non poterli far parlare con la lingua del luogo e del tempo: se ambiento una storia in Roma antica non scrivo i dialoghi in latino. Ma bisogna rispettare l’ educazione dei personaggi, il loro contesto: Renzo e Lucia non possono parlare come Manzoni ma neppure come parla il Cardinal Federigo nei Promessi sposi, perché sono meno colti. Resta il problema dei problemi: come può Manzoni far dire credibilmente al Cardinal Federigo le cose che gli fa dire all’ Innominato? Sappiamo che una delle tante fonti fu del Manzoni fu Ripamonti, che era il segretario del cardinale e lo conosceva benissimo. Leggendo il Ripamonti don Lisander astutamente sa che cosa far dire al cardinale, sono informazioni che se vuoi scrivere fiction storica devi trovare. Si pensi agli antichi romani: abbiamo tantissima corrispondenza, sappiamo come si esprimevano, dunque perché cercare un’ alternativa nell’ invenzione disancorata alla storia? Leonardo era un grafomane, ha scritto tantissimo, non è impossibile cercare di capire come pensava, che cosa avrebbe potuto dire. Solo è un po’ più di lavoro. Ma se chi sta dietro alla fiction pensa che il vero Leonardo fosse noioso allora… »

Che cosa le fa dire quando scrive: sì, questo personaggio è credibile, anche se non è del tutto reale?

«Ho appena concluso l’ ultimo dei romanzi con Martin Bora a Stalingrado. Servono ricerche: ci sono dentro personaggi realmente esistiti, il generale Hartmann per esempio, il modo in cui parlano, le cose che dicono devono essere credibili altrimenti cade tutto. Devi lavorare attorno a quello che si sa di loro per farli comunicare in maniera verosimile. Non pretendo che li riconoscano figli e nipoti, ma di far in modo che leggendo un romanzo uno storico possa pensare: quel generale non ha detto questo, ma avrebbe potuto dirlo e se lo avesse detto lo avrebbe detto così».

Porsi il problema di come la leggerebbe uno storico è uno standard molto alto, magari qualcuno pensa: tanto il lettore/spettatore comune non se ne accorge…

«Ne faccio una questione di rispetto per chi legge e per chi guarda, troppo spesso si pensa “ma tanto il pubblico non se ne accorge”, considero quel pensiero un atto di presunzione: tutti oggi hanno possibilità di informarsi rapidamente, non mi capacito del motivo per cui in Tv, non solo in Italia, l’ approccio alla storia narrata sia tante volte così disinvolto: si pensi a I Medici che vengono presentati come una banda di mafiosi, ricchi del Rinascimento: con tutti i falli dei Medici non erano certo come li ha rappresentati la serie! Più ancora che insultare la storia, sembra che si voglia corteggiare un certo tipo di fiction seriale che ha incontrato il favore del pubblico e allora si cerca violenza immotivata, sessualità esplicita, linguaggio da trivio pensando che “acchiappino”, si tratta di un’ astuzia, di marketing».

Ha citato il suo protagonista Martin Bora, che ha una caratteristica complicata a proposito di storia: è un ufficiale dell’ esercito tedesco (non Ss), durante la Seconda guerra mondiale. Lei scrivendo mette il lettore davanti al dilemma etico di entrare in empatia con una figura che sta dalla parte “sbagliata” della Storia. Come si rende verosimile un personaggio così?

«Ho cercato di far entrare in sintonia i lettori: Bora è un personaggio che personalmente mi piace, ma non è una persona facile, un po’ per il lavoro che fa, un po’ per il carattere che ha: è molto riservato, rigido, molto spesso quello che dice non è quello che fa: si comporta in un modo ma vuole dare un’ immagine diversa, che è quella che deve dare per sopravvivere all’ interno del sistema. Poi però le azioni che lo portano a scontrarsi con il regime nazionalsocialista sono altra cosa. La doppia lettura è quella di seguire Bora che da una parte di si comporta in maniera rigida e scostante, ma dall’ altra fa le cose in maniera evangelica: una mano non deve sapere che cosa fa l’ altra e la carità si fa in segreto. Ho tenuto a mente da laica questa lettura evangelica. L’ altra idea che mi piaceva era quella di superare il pre-giudizio sulle persone in base all’ abito che portano: so che cosa si provava, la divisa dell’ esercito tedesco durante la Seconda guerra mondiale era quella che faceva paura a mia madre, figlia di una famiglia di ebrei convertiti, non era qualcosa che amava vedere per strada. Ma pensavo che si dovesse andare oltre questo e altri modi schematici di giudicare perché la realtà è molto più complessa. Von Stauffenberg, l’ attentatore di Hitler, cui si ispira il personaggio di Bora (ma non è Stauffenberg mascherato sotto altro nome, Stauffenberg nei romanzi compare, defilato, citato con il proprio nome ndr.) all’ apparenza era un rigidissimo e ligio ufficiale in realtà remava contro».

È un vantaggio essere una storica di formazione, conoscere gli strumenti e il metodo della ricerca storica per scrivere romanzi storici o è “imbrigliante”?

«Ho studiato archeologia, non mi sognerei di scrivere un romanzo di fantascienza perché non so niente di scienza. Mettendosi nell’ ottica di scrivere un romanzo storico bisogna attrezzarsi: scrivo di militari, senza avere fatto il militare, senza provenire da una famiglia di militari, ogni volta mi devo documentare anche perché ho militari fra i lettori. Si tratta di costruirsi un bagaglio su ciò che si deve frequentare, tenendo a mente il pubblico: il mio è forse autoselezionato, ha fatto la scelta di leggere un romanzo giallo storico. Non esiste una soluzione buona per tutti, ma se si cerca l’ eclatante sempre c’ è il rischio che l’ eclatante non esista nel contesto storico che andiamo a frequentare: credo che molto dipenda anche dalla quantità di olio di gomito, si tratta di decidere se valga la pena di fare fatica».

Ognuno su Internet può verificare in tempo reale l’ attendibilità di quello che una fiction o un romanzo storico propongono. Tutto questo ha reso il lavoro dello scrittore storico più complicato?

«Ho una lettrice americana, di origine tedesca, ufficiale di marina, che mi ha scritto: “Dopo aver letto uno dei romanzi di Bora, sono stata alzata fino alle due di notte a controllare i dati storici perché li avevo trovati intriganti”. Lei lo ha fatto perché incuriosita, altri lo fanno con il preciso intento di coglierti in castagna. È un rischio che si deve correre, ma anche per questo occorre prepararsi, per la stessa ragione per cui non ci si presenta in pubblico in ciabatte. Però è anche bello essere in relazione con i lettori».

C’ è qualcuno che non le ha perdonato la divisa di Bora?

«No quello no, ma una riflessione mi ha fatto pensare. Un mio collega di università, cui sono molto affezionata, israeliano figlio di sopravvissuti all’ olocausto, che ha insegnato a lungo negli Stati Uniti, buon conoscitore di San Francesco, mi disse: “Ho letto i tuoi romanzi e ne esco seccato, perché mi fai vedere questo personaggio in una maniera in cui non dovrei vederlo”. Lui ha un motivo per dire che dovrebbe vederlo in un altro modo, ciò nonostante non me ne faceva una colpa era perplesso dal fatto di rendersi conto di vedere le cose da un punto di vista in cui non pensava di doverle vedere. Quante volte però leggiamo romanzi in cui il protagonista è un assassino, un criminale, una persona spiacevole, dipende dalla qualità di sintonia che si può avere: Bora non chiede mai di piacere, credo che si apprezzi il fatto che è un uomo problematico, tormentato e il fatto che alla fine ci sono altri intorno a lui che possono catalizzare il giusto sdegno del lettore: questa è anche l’ astuzia dello scegliersi come protagonista un comprimario. Perché così puoi far ricadere l’ accusa di genocidio su personaggi storici, è una scelta, io mai avrei scritto un romanzo con Hitler o Eichmann rendendoli simpatici. Finora con Bora mi è andata bene, se qualcuno mi contesterà dovrò giustificarmi».

Leonardo come Dante, di cui ora si parla molto, è un’ icona universale, ha avuto una vita postuma (meme, pubblicità, parodie, fumetti) malgrado sé stesso. Quando un personaggio storico diventa così “potente”, la licenza poetica è maggiore o minore?

«Più grande è il personaggio più si perdona la licenza, si può essere ironici, fare parodia, quello che invece si restringe è la possibilità di dire qualsiasi cosa possa essere nuova al riguardo a meno di non inventarla di sana pianta. C’ è una via di mezzo, che è quella di prendere degli aspetti, dei momenti della vita di questi grandi che sono poco noti: per esempio Dante a Campaldino. Per me il dilemma è quando gli studenti, i giovani cominciano, a non distinguere quel che vedono nella fiction dalla realtà, c’ è il rischio che si abituino così tanto all’ eclatante da far sembrare poi spenta la realtà, meno stimolante al confronto e forse anche una noia. Ci vedo il rischio che si convinca il pubblico poco preparato che la storia non basti, io invece credo che la storia basti e avanzi. Tutto ciò che c’ è di bello nella storia ha avuto una controparte di enorme sofferenza: nella storia c’ è tutto, non c’ è davvero bisogno di inventare. Ma se proprio si vuole inventare, dichiarare onestamente un “liberamente ispirato a…” libera tutti. È una licenza di uccidere la storia».

Senza fingere di salvarla.

Elisa Chiari per famigliacristiana.it

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