Lectio di pasqua, un modo concreto per incontrarsi sulla strada

È stata partecipata e sentita a Collemaggiore la prima lectio che il vescovo Domenico, come di consueto, rivolge in modo particolare ai giovani durante il tempo di Pasqua. L’appuntamento ha aperto un ciclo di tre incontri che proseguirà a Castel di Tora e a Labro

«Non è qui»: è l’annuncio sconvolgente del sepolcro vuoto, del Cristo risorto, il filo che lega il ciclo di lectio che i Giovani di Rieti stanno vivendo con il vescovo Domenico nel tempo di Pasqua. Il primo incontro si è svolto lo scorso venerdì 13 aprile a Collemaggiore, gli altri due sono previsti a Castel di Tora e a Labro. Come già l’anno scorso, dunque, si tratta di un’offerta itinerante, di «un modo concreto per incontrarsi sulla strada».

In buon numero i giovani della diocesi si sono riuniti nella chiesa per lasciarsi aiutare dal vescovo a entrare più in profondità nel mistero della risurrezione. E don Domenico li ha forse spiazzati rovesciando la prospettiva: «com’è stato possibile che da una situazione di totale fallimento sia potuta emergere una condizione di totale cambiamento?». Una domanda che non solo ne solleva molte altre, ma che è al cuore stesso dell’origine del cristianesimo, con le prime comunità che poco alla volta si affrancano dal senso di sconfitta che dovrebbe suscitare la croce. Il punto è che la risurrezione riscatta il legno della Passione, ne fa la porta di un mondo trasfigurato.

Nel racconto dell’evangelista Marco, «il fatto della resurrezione di Gesù» si apre con le donne che si recano al sepolcro con l’idea di profumare il corpo tumefatto del crocifisso. A noi pare un gesto assurdo: in realtà annuncia «l’inconfessata speranza di profumare la vita che non può essere ammorbata dal lezzo della fine». E la domanda su chi rotolerà via la pietra che chiude la tomba non è retorica, ma l’unica sensata, perché esprime «la domanda lancinante» di ciascuno di noi di fronte alla morte, di fronte, a ciò che c’è di più osceno, inafferrabile, incomprensibile. La morte ci sconvolge: in quella altrui presagiamo la nostra. E lo spaesamento è massimo se, come le donne dinnanzi al sepolcro vuoto, essa non corrisponde a ciò che pensavamo. Lo stupore che lascia tramortite le donne, dice dice della nostra «paura dell’imprevisto di fronte all’inspiegabile».

Il Risorto non è lì, ma altrove. Attende i suoi discepoli là dove tutto è cominciato, in Galilea. E se le donne fuggono spaventate dal sepolcro senza dire nulla, è perché «perdiamo la parola innanzi a qualcosa che ci spiazza totalmente».

Ma questo è la Pasqua: «non qualcosa che rinasce da noi», ma un fatto che «ci spinge ad andare oltre la nostra testa». Di fronte alla rivelazione di Dio l’uomo resta attonito: «la rivelazione di Dio non sopporta di essere addomesticata negli schemi umani. Non siamo di fronte ad una risuscitazione, né tantomeno ad una reincarnazione. Ma a qualcosa di inedito e di sorprendente che soltanto nella fede può essere accolto con la dovuta attenzione».

Il vescovo ha provato a esemplificare rifacendosi ad Einstein, a come la sua fisica abbia rivoluzionato in modo permanente il nostro modo di percepire il mondo. Eppure all’inizio era difficile da accettare, perché contraddiceva un’immagine della realtà ormai consolidata. Proprio lo scienziato, peraltro, affermava che lo spazio per il mistero è la condizione per entrare dentro la realtà e che «la mente intuitiva è un dono sacro, la mente razionale è un fedele servo», per concludere che «noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono».
La conoscenza tecnico-scientifica «garantisce da false presunzioni e da ricorrenti superstizioni», ha ammesso il vescovo, «ma il reale è enormemente più ampio di quello che è rilevabile con gli strumenti della scienza. Ciò che è razionale è senz’altro reale. Ma non tutto ciò che è reale è necessariamente razionale».

Non per questo, l’evento della risurrezione, per definizione al di là di questo tempo e di questo spazio, può essere divulgato come una notizia qualsiasi: «richiede un lungo apprendistato, di cui la comunità cristiana si farà carico. Era impensabile divulgare la cosa come fosse acqua fresca, senza incorrere nel rischio di essere beffeggiati e ridicolizzati. La preghiera è la strada per addentrarsi dentro questo grande mistero che è il segreto della vita».

Per questa via si comprende come il crocifisso, segno dell’ingiustizia, diviene nella resurrezione uno squarcio di speranza. Come intuì Dietrich Bonhoeffer, che nel giorno della sua morte annota sul suo diario: «È la fine. Per me l’inizio di una vita nuova».

«Dopo la resurrezione – ha concluso il vescovo – il bene è più forte del male: anche se da quel mattino di Pasqua apparentemente tutto scorre come sempre non è più vero che il male ha la meglio sul bene. C’è una marea di bene che sostiene il mondo, per lo più in modo carsico, senza grida o notorietà. Ma se il mondo va avanti è per la congiura di tanti verso il bene, per la maggioranza silenziosa di quelli che continuano a credere nella vita piuttosto che nella morte».

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