Lectio con i giovani: non solo annuncio, ma vita concreta

«Pasqua significa passare oltre. E noi siamo qui stasera perché vogliamo passare oltre rispetto non solo al terremoto, ma a tutti gli esiti talora imprevisti della nostra vita». Con queste parole il vescovo Domenico ha aperto la prima delle tre lectio proposte ai giovani nel tempo di Pasqua. «Passare oltre non significa passare sopra o bypassare, ma imparare ad attraversare anche il dolore o la delusione senza perdere il significato complessivo della nostra esistenza». Ed è alla ricerca di quel significato che don Domenico ha voluto si mettessero quanti si erano raccolti nella casa della comunità di Leonessa venerdì scorso. A fare da guida la pagina del Vangelo che ha per protagonisti, oltre a Gesù, i discepoli di Emmaus.

Di fronte al sepolcro vuoto, i primi credenti si domandano cosa significhi. Come è possibile credere che Gesù sia risorto. E soprattutto, quale è la via per percepirne la presenza. Ai giovani, riuniti intorno alla Parola, il vescovo ha chiesto di «sentirsi come i primi cristiani, che si domandavano cosa significasse la risurrezione», perché «forse è proprio questo a volte l’aspetto debole della nostra fede: il non pensare adeguatamente che cosa la risurrezione significhi e che cosa comporti per la nostra vita».

Nel Vangelo di Luca l’incontro con il risorto avviene lungo la via. Prima la strada e poi la locanda diventano così «luoghi sacri», nei quali fare esperienza di Dio. I discepoli non riconoscono subito il Signore, che ai loro occhi appare come uno sconosciuto viandante. Il suo porsi accanto, il suo accompagnarli, ascoltarli e aiutarli a reinterpretare quanto è accaduto riesce però a mostrare loro il significato profondo dell’evento della croce, di fronte al quale, scoraggiati e smarriti, avevano deciso di andarsene da Gerusalemme, quasi a voler «mettere una pietra sopra a ciò che era stato». «Anche a noi capita di rimanere delusi e di volercene andare – ha ricordato il vescovo ai ragazzi – ma la cosa peggiore è quando, accanto a questa delusione, perdiamo non solo la fiducia in noi stessi, ma pure la fede nel Signore». Proprio il modo discreto, rispettoso della libertà personale e non possessivo, in cui Gesù si fa vicino ai discepoli diventa non solo l’assicurazione più certa del fatto che «in qualunque situazione noi non siamo in realtà abbandonati», ma è ciò che rende possibile l’inatteso, che si fa premessa dell’incontro.

Il Maestro non si palesa esplicitamente, ma si affianca, accompagna, accoglie; non giudica, ma lascia esprimere i suoi interlocutori. In questo sembra al vescovo Domenico risieda il fascino segreto di Gesù: un modello da seguire per gli adulti, che spesso, formulando ipotesi e giudizi preventivi, precludono ai giovani la possibilità di esternare liberamente attese, speranze e delusioni. Ed ecco che i discepoli comprendono che quello che era successo non era stato la fine, ma qualcosa che doveva accadere; la croce non era stata uno sbaglio o il frutto del caso, ma una strada lucidamente percorsa dal Figlio di Dio per manifestare pienamente il suo amore per gli uomini. Sebbene i due di Emmaus fossero stati testimoni di tutto a Gerusalemme, non avevano capito. Come noi, che oggi «possiamo essere informati su tutto, ma non riusciamo mai a comprenderne il significato. Ed è proprio questo ciò che ci impedisce di stare dentro a questa vita tumultuosa senza angoscia: sentiamo di essere dentro a un vortice che non riusciamo a padroneggiare». E invece Gesù ci mostra pazientemente che Dio sta nelle piccole situazioni della nostra quotidianità, ci spinge a cercarlo nelle pieghe anche contraddittorie della nostra vita, dissipa le tenebre e dona anche a noi quella luce e quella saggezza che «fa ardere il cuore».

Stando accanto ai due discepoli, il Maestro insegna loro a comprendere il senso delle cose. «La forza della parola, quando è effettivamente un esercizio non occasionale ma continuo, è proprio quello di aiutarci a capire il significato delle cose che accadono. Comprendere vuole dire prendere insieme. Credere significa mettere insieme ciò che a noi appare separato: la gioia e il dolore, la vita e la morte, la speranza e la delusione. La scrittura ci aiuta a trovare un’unità nel puzzle impazzito della nostra vita».

Il riconoscimento finale avviene nel momento in cui Gesù scompare. Prima di farlo, però, egli, non limitandosi a dire parole, compie un gesto, quello della frazione del pane: «Esso è in fondo la scelta della condivisione: come a dire che Dio lo si percepisce presente solo quando entriamo in questa esperienza di condivisione. Condividere è l’unica maniera per rendere credibile l’affermazione di Dio».

Alla fine del racconto, i discepoli tornano indietro. Il loro cammino non è ancora compiuto. Lo sarà una volta che saranno tornati a Gerusalemme e si saranno riuniti agli altri e a Simone. «Per credere che Cristo è risorto infatti non basta la comprensione delle Scritture, che pure ci fa trovare un senso alle cose; non basta la frazione del pane, cioè la condivisione; è necessaria la professione della fede insieme».

E professare la fede, ha concluso il vescovo Domenico, non è solo annunciare a parole la risurrezione di Cristo, ma viverla in modo concreto. «È professione di fede condividere la propria vita con gli altri, avere la capacità di mettersi in gioco, dando una mano a quelli che stanno più indietro. È professione di fede che dei giovani si ritrovino insieme e sprechino il loro tempo ad ascoltare la Parola».

Per creare quello spazio di silenzio in cui sentire ardere il cuore. Per lasciarsi riempire da quel desiderio che si fa invocazione, quando avvertiamo Dio presente nella nostra vita. Per continuare a pronunciare le parole che furono dei suoi discepoli: «Resta con noi Signore, perché già si fa sera».

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