Il passo umile e lieto

Le poesie di Rondoni e la musica di Cristicchi raccontano l’amore senza confini

Il poeta Davide Rondoni e il cantautore Simone Cristicchi hanno emozionato il pubblico di San Domenico, in una domenica mattina fredda e uggiosa che si è velocemente mutata in una parentesi piena di amore: potenza della poesia e della musica

Simone Cristicchi è arrivato a Rieti in sordina, ha fatto una passeggiata nel centro storico della città, poi si è recato nella chiesa di San Domenico, dove era atteso per il terzo appuntamento del festival “Il passo umile e lieto“.
In sagrestia, proprio dietro al monumentale organo Dom Bedos Roubo, due chiacchiere veloci con il poeta Davide Rondoni, per concordare brevemente l’esibizione, quasi improvvisata, come solo i grandi professionisti sanno fare. Una domenica mattina fredda, dentro le mura della duecentesca chiesa reatina, ma la temperatura è salita subito: quella dell’aria, e quella dei cuori.
Davide Rondoni, libro di poesie in mano e sciarpa variopinta, Simone Cristicchi giacca di pelle e chitarra: due sedie, nulla più. Al resto, ci ha pensato l’amore. L’amore che parla una “strana lingua”, eppure è dovunque: nella carezza al proprio animale domestico, in un gesto d’aiuto verso i più fragili, nelle altalene spinte dai nonni, nel canto delle allodole e nella bellezza degli alberi, con i loro rami che danzano all’unisono verso un cielo blu.
L’apparente timidezza di Cristicchi svanisce davanti al pubblico, e lui vuole che si interagisca, che artisti e spettatori vadano di pari passo, emozionandosi a vicenda. L’omaggio a Sergio Endrigo inumidisce gli occhi, in una chiesa di San Domenico gremita da una folla silenziosa e partecipe che risponde in coro, lievemente, Io mi fermerò e ti regalerò quel che resta della mia gioventù, «secondo Ennio Morricone la più bella canzone d’amore mai scritta, sarebbe bellissimo cantarla insieme». E si canta.
Davide Rondoni declama le sue poesie, si alza in piedi, il silenzio è quasi ossequioso all’ascolto dei versi. I due si alternano nelle parole e nella musica, e il mondo frenetico e cinico scandito dai trilli dei telefonini, almeno per un’ora, resta fuori.
Lo chiederò alle allodole, come restare umile, se la ricchezza è vivere con due briciole forse poco più canta soavemente Cristicchi, Come manchi tu non manca niente di ciò che ha nome, gli fa eco Rondoni. E non mancano le riflessioni. «Cos’è rimasto dell’Amazzonia, forse Amazon?», dice il cantautore, e poi, consapevole dei desideri dei suoi ammiratori, regala uno dei più grandi successi. “Ti regalerò una rosa” con chitarra e voce è straziante. Ci vinse il Festival di Sanremo, il cantautore romano, con quella rosa per dipingere ogni cosa stretta tra le dita, salendo su una sedia di legno sul palcoscenico dell’Ariston, elevando al cielo il grido di libertà e umanità di Antonio, internato in manicomio, uomo “recluso” ma che manifesta ancora la voglia di difendere la sua dignità, e la sua voglia di amare.
Simone Cristicchi prima di intonarla fa riferimento allo storico ospedale psichiatrico di Rieti, da poco ricordato con una mostra, che di quegli “Antonio” ne ospitò a migliaia, nei padiglioni circondati da vialetti alberati della statale che porta al Terminillo.
«La poesia fa parte della natura umana, tutti diventiamo un po’ poeti quando ci avviciniamo a cose importanti dell’esistenza», ha detto Rondoni. E riferendosi al tema dell’amore ha ricordato come si usi spesso usare l’iperbole Ti amo da morire, «un’espressione su cui mi interrogo spesso». Una natura propria dell’uomo che in qualcuno diventa anche un’arte, insita e a tratti anche inconsapevole nel linguaggio umano.
«L’amore è un continuo inseguimento nel viaggio dell’altro, è l’unico sentimento forte come la morte, e tutti i giorni, in questa eterna lotta, ognuno di noi può decidere da che parte stare, fino all’ultimo», dice Rondoni. Possiamo soltanto amare, il resto non conta. «Si parla tanto di amore nelle canzoni, ma io ne ho sempre avuto pudore rispetto a tanti miei colleghi, ma ho usato un escamotage, creo personaggi, e faccio agire loro» gli fa eco Cristicchi, e intona la sua canzone che narra della scintilla che scocca inaspettatamente in una casa di riposo, in un ultimo appassionato valzer: le dispiace se solo stasera ci diamo del tu, se balliamo abbracciati fin quando non ce la fa più su questa musica di tanto tempo fa.
Si ama solo senza volere nulla in cambio, «e non si chiacchiera di amore, se ne parla solo poeticamente», e si sparge amore proprio come fa la natura, in silenzio e senza ricambi, senza contropartite, è il messaggio che passa e che induce tutti a riflettere, e – forse – a tornare a casa con la voglia di regalare un bacio, o una carezza in più.
Si chiude con l’ultimo pezzo, “Abbi cura di me”, che Cristicchi ha portato al Festival di Sanremo di quest’anno. Non cercare un senso a tutto, perché tutto ha senso, anche in un chicco di grano si nasconde l’universo: si ascolta in silenzio quasi col fiato sospeso per paura di interrompere tanta magia, mentre Valeria quasi volteggia, interpretando con la lingua dei segni la canzone.
Applausi e qualche lacrima. «Grazie di cuore, grazie a tutti voi», è il congedo dei due artisti. Arriva dopo la celebrazione liturgica anche il vescovo Domenico, in tempo per complimentarsi per aver sparso tanto amore nell’aria. E il cielo sa quanto ne abbiamo bisogno, di questi tempi.

 

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