Con Francesco nella Valle

Le migrazioni tra cuore e ragion di stato: l’interessante dialogo tra Magdi Allam e mons Pompili

Molto partecipata la tavola rotonda conclusiva del festival "Con Francesco nella Valle", che ha visto il vescovo Domenico e il giornalista Magdi Cristiano Allam intervenire sul tema dell'accoglienza

È stata certamente la tavola rotonda più attesa e partecipata del festival “Con Francesco nella Valle“, quella che ha visto l’intervento del giornalista Magdi Cristiano Allam. Dopo l’introduzione di padre Luigi Faraglia della fraternità interobbedenziale di San Rufo, il giornalista egiziano naturalizzato italiano ha portato il proprio intervento, insieme al vescovo Domenico, sul tema “Il valore dell’accoglienza tra cuore e ragion di stato”.

Tra cuore e ragion di stato

«Sono stato anch’io un immigrato, dal 1972 al 1986, anno in cui ho acquisito la cittadinanza italiana», ha detto Magdi Allam portando la sua testimonianza. «Era un’Italia radicalmente diversa rispetto a quella attuale: era l’Italia del boom economico, c’era una maggiore solidità sul piano della fede, dei valori, dei principi, ma anche del rispetto nei confronti delle istituzioni, dalla scuola alle forze dell’ordine. C’era una maggiore stabilità, anche interiore».

Magdi Cristiano Allam arriva in Italia in maniera “atipica” rispetto al concetto di immigrazione che abbiamo oggi, a bordo di un aereo Alitalia, con regolare passaporto egiziano e grazie a una borsa di studio conferita dal governo italiano in seguito al massimo dei voti avuto alla maturità scientifica. Un Paese, l’Italia di allora, dove la parola immigrato non era ancora entrata nel lessico politico e sociale.

«Eravamo veramente pochi e soprattutto eravamo pochi facilmente integrabili perché conoscevamo la lingua italiana. Io stesso, da musulmano, conoscevo dall’interno la realtà del cristianesimo e ho coltivato un certo fascino nei confronti della figura di Gesù: questo ci fa comprendere l’importanza di arrivare in Italia con strumenti che consentano l’integrazione. E l’intergrazione avviene prima di tutto con una conoscenza adeguata della lingua e della cultura del Paese in cui si arriva: queste sono le regole fondanti della civile convivenza».

Magdi Cristiano Allam cita Giovanni Paolo II, nel suo messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2004, e sottolinea come debba esserci «il diritto a emigrare, ma anche il diritto di non farlo. Se si favorisce un’integrazione graduale nel rispetto dell’identità di chi arriva, e salvaguardando al tempo stesso il patrimonio culturale delle popolazioni che accolgono, si corre meno il rischio che gli immigrati si concentrino formando veri e propri ghetti dove isolarsi».

«Il crescente fenomeno delle immigrazioni – ha proseguito Allam – interpella la capacità della Chiesa di accogliere ogni persona, a qualunque popolo o Nazione essa appartenga, e stimola anche l’intera società europea e le sue istituzioni alla ricerca di un giusto ordine e di modi di convivenza rispettosi di tutti». La riflessione verte sui luoghi comuni, sulle chiacchiere da bar, sulle tante concezioni spesso errate che le persone hanno del processo migratorio. «Non lo si dice mai, ma l’Africa è in assoluto il continente più ricco al mondo, e lo è sempre stato. È ricco da ogni punto di vista, minerario, agricolo: noi guardiamo all’Africa considerandola come un deserto, invece la maggior parte della sua superficie è coltivabile. Eppure, esiste il paradosso dell’Africa continente più ricco al mondo e degli africani che sono tra i più poveri al mondo. Questo si deve alla corruzione, allo sfruttamento selvaggio da parte delle grandi potenze come la Cina e la Francia, al flusso di denaro ininterrotto che va ad arricchire ulteriormente le tasche dei già ricchi».

Al termine dell’intervento, il giornalista si sofferma sulla questione demografica, «che colpisce in modo particolare l’Europa, e anche di questo si parla troppo poco. Il tema della natalità è un tema cruciale, se continuiamo così saremo destinati ad essere colonizzati demograficamente. Se guardiamo la piramide demografica delle popolazioni europee scopriamo che la fascia di età tra i 20 e i 30 anni, quella che determina la fertilità, si sta riducendo sempre di più, mentre cresce a dismisura la fascia di età degli ultrasessantacinquenni. Se i governanti europei avessero veramente a cuore la sorte dei propri popoli dovrebbero investire massicciamente considerandola la principale emergenza per favorire la crescita della natalità delle popolazioni autoctone . Questo può avvenire solo aiutando le famiglie europee, aiutando le madri europee affinché siano messe nella condizione di poter mettere sulle proprie famiglie e di poter mettere al mondo i propri figli. Invece accade addirittura il contrario: le famiglie più numerose sono costrette a pagare tasse più alte rispetto a chi ha un solo figlio».

Magdi Allam ricorda la sua esperienza in collegio dai salesiani, e sottolinea la formazione necessaria per i ragazzi. «In certo Paesi manca il ceto medio, ci sono molto poveri o molto ricchi. Invece occorre formare i ragazzi per farli diventare bravi meccanici, elettricisti o elettrotecnici: solo così, rendendoli autonomi, questi giovani diventeranno i protagonisti dello sviluppo dei loro Paesi e si alimenterà la democrazia».

Insistere sul cuore

Il tema del dibattito cita cuore e ragion di stato, «e io voglio insistere sul cuore», esordisce monsignor Pompili all’inizio del suo intervento. «Sì, perché ne abbiamo piene le scatole di quelli che usano solo la ragione per il proprio tornaconto, o solo le emozioni per trarne un’istantanea gratificazione. Ci vuole equilibrio, occore usare l’uno e l’altro. L’identikit del cristiano non abolisce mai nessuna delle due dimensioni, e se oggi la fede cristiana è parzialmente in declino lo si vede come effetto anche di questa schizofrenia così diffusa che fa prevalere sempre e solo un aspetto rispetto all’altro».

Monsignor Pompili riprende tre punti tra quelli citati da Cristiano Allam. «Il primo aspetto è che l’uomo è per definizione un migrante. Basterebbe far riferimento al nostro Paese, e se andassimo indietro fino nel tempo a un secolo fa scopriremmo che perfino da queste nostre terre son partite tantissime persone per andare al di là dell’oceano. Perfino in Brasile ci fu una sedia colonia di sabini che si trasferirono lì nel lontanto 1901. E perfino Rieti, che oggi consideriamo così poco appetibile dal punto di vista economico, è stata oggetto di migrazione all’inizio del secolo scorso da quelle che oggi sono le terre più economicamente prospere come il Veneto, il Friuli Venezia Giulia. Qui c’erano le grandi fabbriche, le fiorenti industrie, e la gente arrivava nella nostra città: questo significa che la migrazione ci riguarda da vicino e non è pensabile isolare questo problema come fosse un’emergenza momentanea».

Il secondo punto che il vescovo Domenico riprende è il diritto ad emigrare, ma anche il diritto a non farlo. «Tutti noi, quando per motivi di lavoro siamo stati costretti a muoverci del nostro borgo natio sentiamo prepotente la nostalgia di ritornare al luogo che ci ha generati. La migrazione è sempre uno strappo, per cui io sarei un po’ attento molte volte a guardare con aria di sufficienza i migranti, di qualsiasi estrazione essi siano, perché a nessuno verrebbe in mente di abbandonare la propria casa e il proprio territorio semplicemente per andare a trovare di meglio se non fosse per una vera e propria emergenza».

Monsignor Pompil, fa un accenno allo sfruttamento dell’Amazzonia, «molto simile a quello dell’Africa», in virtù dell’esperienza che sta vivendo come padre sinodale del summit panamazzonico in corso in Vaticano. «Ci dobbiamo rendere conto che ci sono delle colpe storiche e magari non avremmo contratte noi personalmente ma di cui siamo gli eredi».

In conclusione, la questione demografica. «La Chiesa fin dalla fine degli anni Sessanta ha sempre messo l’accento sull’aspetto demografico, proprio perchè ne era avvertita. Oggi pare non si tolleri che la famiglia diventi un soggetto socialmente rilevante, e chi ha qualche figlio in più viene visto quasi con sospetto, come anche quando c’è una gravidanza, anzichè gioire per una vita che nasce, ci si preoccupa prevalentemente di come dirlo, come comunicarlo agli altri, e della loro reazione».

«Siamo cattolici a bassa intensità», ha concluso il vescovo Domenico. «Invece, dobbiamo conoscere realmente e profondamente il cristianesimo, per comprenderne l’essenza senza rischiare di correre dietro agli stereotipi».

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