Ricostruzione

Le chiese come luogo della comunità. La storia di Sant’Egidio a Sommati

La storia delle comunità attraverso le chiese. A Sommati il racconto della vita prima del terremoto attorno alla chiesa di Sant'Egidio

Continuano anche d’estate i sopralluoghi degli addetti dell’Ufficio per i Beni Culturali della diocesi di Rieti in merito alla messa in sicurezza degli edifici di culto. È un segnale della ferma volontà della Chiesa di intervenire sugli immobili per arginare il loro deterioramento. L’operazione che va oltre il bene materiale stesso: si estende fino al cuore di comunità che, prima del sisma, vedevano nelle chiese il luogo in cui ritrovarsi, un punto d’identità collettivo, capace di riunire tutta la cittadinanza.

Ne offre un esempio la chiesa di Sant’Egidio. L’edificio sorge nella frazione di Sommati e qui, con l’aiuto delle testimonianze dei signori Aldo e Vittorio, è possibile richiamare alla memoria la festa che veniva fatta in onore del santo. Nel calendario la figura del santo ricorre il primo settembre, ma i festeggiamenti in suo onore venivano anticipati all’ultima domenica di agosto. Si favoriva così la partecipazione di chi tornava in paese dalle grandi città a un ciclo di eventi tale da impegnare tutta la settimana. La festa della domenica era preceduta da una processione notturna con le candele. E anche la messa domenicale era a sua volta seguita da una processione. Si attraversava tutto il paese e si dava l’opportunità di mostrare le statue dei santi, sempre accompagnati sempre dal suono della banda.

«Era un’occasione per stare insieme», spiegano Aldo e Vittorio che ricordano anche come, alla fine della processione, ci si riunisse tutti per il pranzo secondo un grande spirito di condivisione.

In realtà, la memoria di questa chiesa non riguarda solo questa festa, ma anche gli attimi di vita vissuti dalle persone e dai parroci che l’hanno frequentata. In questo caso sono le signore Augusta, Anna Maria e Franca a raccontare alcuni aneddoti riguardanti una figura legata alla loro giovinezza, quella di don Alberto.

«Era una persona molto severa ed esigeva che tutti i bambini andassero a catechismo. Quando si accorgeva che qualcuno non aveva studiato, non esitava a bacchettarlo» riferisce Agusta che, a differenza di molti anni, ricorda ancora di essere stata rimproverata dallo stesso don Alberto per aver indossato un paio pantaloni di pelle che le erano stati regalati da un cugino che viveva in Germania. Ma non c’erano solo i rimproveri e non mancano i ricordi legati anche all’affetto che il parroco rivolgeva ai bambini. «Quando arrivava la legna, noi con tutti i ragazzi accorrevamo per aiutarlo a riporla e lui, come ricompensa, ci offriva del latte condensato che allora ci sembrava buonissimo perché noi non avevamo quasi niente».

«Oppure – aggiunge Anna Maria – ogni volta che si recava ad Amatrice per fare la spesa, noi aspettavamo che tornasse alla fermata della corriera perché ci riportava sempre qualcosa».

Non stupisce quindi che dalla parole di queste donne emerga un sentimento di stima nel confronti del parroco: «lo ricordiamo con affetto, per noi era come un padre, un educatore al quale portavamo rispetto. Infatti, andavamo tutti a messa volentieri la domenica: nell’insieme non era così severo e ci spiegava le cose belle».

Racconti che suggeriscono quanto è importante che i luoghi di culto vengano preservati in un’ottica di ricostruzione: ad essi sono legate le identità degli abitanti che riescono a mantenerne vivo il ricordo, anche davanti a strutture visibilmente lesionate o, in alcuni casi, quasi del tutto distrutte.

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