Chiesa di Rieti

Lavanda dei piedi: la cifra identificativa del cristiano

Nella celebrazione della Messa "in Cœna Domini" in Cattedrale, il vescovo Domenico ha ricordato come il gesto compiuto da Gesù non è solo un esempio, ma un «segno da decifrare»

Con le limitazioni della pandemia, ma comunque con la dovuta solennità, la celebrazione che dà inizio al Triduo pasquale. Nelle parrocchie come nella chiesa madre, dove a presiedere la Messa “in Cœna Domini” è stato il vescovo Domenico, che al termine della liturgia ha portato la pisside con l’Eucaristia nella cappella del Santissimo Sacramento rivestita come altare della riposizione.

In quella che è un po’ la “Messa delle messe” si commemora l’istituzione stessa del sacramento eucaristico, ma il racconto che vi viene letto è quello di Paolo, nella seconda lettura, mentre il brano evangelico proclamato è quello di Giovanni: l’unico degli evangelisti che, nel riferire la sera precedente l’arresto e la condanna di Gesù, non menziona la cena pasquale «e al suo posto introduce la lavanda dei piedi», ha notato monsignor Pompili nell’omelia.

Questo gesto è al centro della celebrazione del Giovedì Santo, pure se le limitazioni di quest’anno hanno prescritto di saltare il rito in cui il celebrante ripete l’atto di Gesù del lavare i piedi. Ma l’omelia di monsignore ha insistito su questo che resta la cifra identificativa del cristiano: “Quello che ho fatto io dovete fare voi”…

Lavare i piedi: un gesto, ha sottolineato don Domenico, «che è segno dell’ospitalità sacra in Oriente, ma viene collocato non all’ingresso della casa, ma durante la cena; è compiuto dal Maestro in persona e non dallo schiavo di turno e comunque da un non ebreo, preferibilmente da una donna».

Pienamente comprensibile, dunque, la reazione di Pietro che quasi protesta del vedere il suo Signore lavargli i piedi. Nel gesto compiuto da Gesù, ha voluto ribadire Pompili, è evidente l’allusione alla kénosis, a quell’abbassamento del Dio che scende alla condizione di uomo.

«Ma nella reazione di Pietro c’è qualcosa di più profondo da cogliere. Il discepolo vorrebbe lavare lui i piedi al Maestro. Invece il nocciolo della questione è lasciarsi lavare: credere, cioè che sia Dio a fare ciò che è necessario e sufficiente nella vita». E proprio i piedi? Non è un dettaglio irrilevante, secondo il vescovo: i piedi infatti «dicono chi siamo, i piedi non mentono. Dio interviene proprio là dove c’è più bisogno, nelle parti più scabrose e più nascoste della nostra esistenza».

Questo lasciato da Gesù non si limita a essere un esempio: ancor più, ha detto monsignore, è «un sacramentum, vale a dire «un segno da decifrare»: vedere Gesù «denudato come uno schiavo, inginocchiato ai piedi dei suoi» fa capire «che l’amore cristiano non è fatto di grandi sentimenti, non si nutre di eros o di passione, ma è un lavoro su di sé prima di essere un lavoro verso l’altro. Io lavo i piedi a te se non mi faccio prendere dalla paura e dall’arroganza e ti accolgo per quello che sei».

Un qualcosa che rivela anche la profonda attualità: in questo momento particolare di pandemia, ha aggiunto il vescovo, «ci sono uomini e donne che stanno lavando i piedi, o le parti intime del corpo, a malati e a malate che non riescono più a farlo da sé; ci sono genitori che lavano i figli handicappati, ci sono figli che lavano gli anziani genitori. È una reciprocità che commuove e deve farci comprendere che la legge della vita è questa cura reciproca che va in entrambe le direzioni».

Lavare i piedi: l’atteggiamento del cristiano verso gli altri, ma anche un più maturo porsi verso il Signore, ha concluso don Domenico: la lavanda «“purifica” il nostro sguardo su Dio e ci fa comprendere il primato della grazia rispetto alla nostra autosufficienza.

E allo stesso tempo ci fa crescere in quel senso di reciproca appartenenza in cui prendersi cura gli uni degli altri. In una parola ci libera da quel mito dell’autosufficienza che porta a chiuderci agli altri e a Dio».

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