Lapo Grifone (terza parte)

Riassunto delle puntate precedenti: «Il manoscritto ritrovato, opera di Lambertino Emiliofili, racconta, non senza elementi autobiografici, la storia di Lapo, refrattario all’anestesia, innamorato, scrittore ed osso duro».

Lapo era piombato in uno strano sonno, agitato, pre-comatoso e metamorfico. I medici non ci capivano niente. L’aiuto anestesista osservò: «Encefalogramma ad onde alternate; diagramma di flusso delta a valori negativi stabilizzati». Poi consultò la cartella clinica, e trasalì. «Questa è bella. Come fa la rilevazione-base a dare un valore storico-anamnestico invariato? Niente attività neuronale? Come è possibile?». Si torturò nervosamente la mascella, poi sbottò in una risata isterica: «Ci risiamo! Questo schifo di attrezzature! Questi catorci sfasciati li mandano sempre a noi! Mi piacerebbe sapere chi ci prende la mazzetta. Ma come siamo ridotti? Le nostre macchine ad alta tecnologia dicono che questo tizio vive, parla, scrive da anni, senza neuroni! Emette solo una vibrazione alfa catodica da 0,25, capito? Va a pile, come un pupazzetto telecomandato! Ma, insomma, siamo pazzi? Fantascienza, circo, cabaret? Io non ne posso più. Me ne vado al bar, per me questo lo potete svegliare a martellate, col caffè, col trapano, con le code di rospo, io me ne lavo le mani!».

Anche il primario era perplesso, ma tenne i nervi saldi. «Proviamo a leggergli qualche passo del suo diario, vediamo se reagisce». Annarella lesse: «Era sul tramonto ed il sole come un singhiozzo. Era la impietosità di quel sole che stava riemergendo un qualcosa la cui lettura cercava di comportare le collocazioni delle epoche protostoriche».

Lapo rimase indifferente, sia al di dentro di se stesso, sia nella assenza di esternazioni. Il primario disse ad Annarella di avere pazienza e continuare.

«Reate madre di Roma e quindi la contraddizione che ogni processo emesso sulla catena di montaggio della storia porta necessariamente con sé. Uno strano processo empatico dove nessun tempo semaforico riesce a dividere il traffico mentale». Nessuna reazione. Annarella provò con un altro passo: «Con il loro astrattismo di matrice borbonica tentarono di incendiare il camioncino di Ntonino La Cavallina».

Lapo, pur immobile, sembrò avere come un fremito. «Continua», disse il primario. Annarella si asciugò le lacrime e riprese: «Chi importa a chi? Eppure dovrebbe essere importante sapere chi. Quando tutto sembra un ricordo di prima, a parte una nuvola nera di cui si sa poco, si appartiene a una generazione che sono da ricordare».

Lapo, ancora stordito e con gli occhi chiusi, si stava pian piano risvegliando, ed infine mormorò: «No. Non ha digerito esistenzialmente, è paravisibile, passa di mano la gelosia, con autopresunzione non si sa da dove viene o come azzittirlo, non puoi dare il ricino all’anonimo, ignorante come osa parlar male se non intendesi né contenutisticamente né di forma, per parafrasare Modugno dove lo metto lo scaffaletto, non letteratura ma psicoispezione, brutta cosa la rognosità, l’indecenzità, la prevenutezza, io invece ho stile, non lo insulto, questo pidocchio, non nego di aver scritto anacoluti, refusi, ma però non faccio errori di lealtà civica».

Il primario esultò: «Abbiamo un contatto! C’è speranza! Non importa se sta delirando, l’importante è che ci sia attività cerebrale. Continui, infermiera!».

«Aspasia è la testimone della curvatura spazio-temporale del Partito, inteso non come processo rivelante le nuove risposte socioculturali, ma come gettonismo dell’apparire per far credere di essere la continuità, quando non resta di quel mondo nemmeno il fastidio per il ricordo».

Lapo ebbe come una scossa, lentamente mosse il capo, apri gli occhi, poi chiese: «Dove sono? E Mariacarla? Ha vinto la Repubblica o la Monarchia? Togliatti è salvo? Il grande Torino è tornato dalla trasferta? Si faranno la Regioni? Marylin è morta a Praga? Moro è stato liberato? Antonio è diventato presidente delle nazioni unite? Ce la faremo ad abbattere il muro di Dublino? È uscito il nuovo film di Fellini? Emilio Fede mi ha portato la valigetta di soldi che mi doveva? Al ballottaggio ha vinto Repelli?».

Poi si accasciò con un sordo tonfo che a tutti parve mortale. Ma la sua ora non era ancora arrivata, era veramente un osso duro.

Tutti capirono, dopo un momento, che Lapo era tornato fra noi. Presto avrebbe ripreso a scrivere, deliziarci, emozionarci, con la solita grinta dolcerozza. Immancabile, inimitabile, impareggiabile. Era sempre lui il più gran Grifone del cielo sabino, quello con la licenza da poeta, inattaccabile, immarcescibile, padrone della lingua, delle memorie, dei vicoli e degli amori.

Che trionfo! Fra l’altro, l’appendicite gli era spontaneamente passata, ed ad alcuni venne la tentazione di iniziare una causa di beatificazione. Ma questo, forse, era leggermente esagerato.

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