L’ansia dei contagi in tv: un punto di bellezza oltre i numeri

Immorale, irresponsabile, al secondo Tg, defilarsi? Fra lo scoraggiamento e la fuga si potrebbe tentare una terza via. Soffermarsi, tra i volti e le cose quotidiane, su un punto di bellezza

Arrivi a casa la sera e accendi un Tg. Ieri, 21.994, 221, 127. Numeri: di nuovo i drammatici numeri dei contagiati, dei morti, dei ricoverati in terapia intensiva. Una raffica che subisci cupo, aspettando un’inversione di tendenza che non c’è. Poi la tv resta accesa, qualcuno in casa cambia canale, inizia un nuovo Tg con il suo rosario di cifre. Se ascolti la radio ti viene ripetuto questo bollettino, se apri lo smartphone implacabili tornano i numeri della battaglia quotidiana. Non è che si voglia non sapere, e non è nemmeno forse colpa nostra, dei comunicatori, ma sembra che siamo sommersi da un’overdose mediatica. Ci esponiamo a un surplus di informazione, sappiamo tutto, siamo aggiornati in tempo reale.

Ma, viene da domandarsi se questo ci fa bene, se senti dire nei negozi, nelle code alla Asl: «Basta, non ce la faccio più, non reggo questo bombardamento. Ormai cambio canale e guardo “Castle”». Immorale, irresponsabile, al secondo Tg, defilarsi?

Forse no, forse davvero, come diceva all’inizio della pandemia ad Avvenire lo psichiatra Eugenio Borgna, la sovraesposizione a notizie drammatiche non ci fa bene. Non siamo attrezzati per reggere l’urto quotidiano di un disastro globale. A quella raffica di sconfitte e di lutti si potrebbe stare davanti, credo, solo essendo capaci di un profondo silenzio, di compassione e di preghiera. Ma non siamo bravi in tanti, in queste cose. Brutale, poi, è lo scarto tra i report dagli ospedali o dal Terzo mondo e la pubblicità che irrompe nelle pause: dove tutti sorridono, mangiano e giocano, senza mascherina. Quasi il miraggio del mondo che credevamo naturalmente nostro, e ora ci è sfuggito. Un’insofferenza allora addosso, un bisogno di tirare il fiato: che sollievo il “Dottor House”, che pace “L’ispettore Barnaby”, garbato giallo inglese di vecchia maniera, in cui almeno c’è un morto soltanto.

Colpevole evasione cercare di sottrarsi all’onda della sovrainformazione sulla pandemia, all’aggiornamento 24 h/ 24? No, forse un legittimo tentativo di non farsi del male ulteriore. Quei numeri ci angosciano, ma non ci mettono nemmeno in reale empatia con chi sta soffrendo. Capiamo ben di più dagli occhi, dal respiro di un malato, se ci accade di vederlo da vicino. Qui sì, c’è lo scambio di sguardi, la pietà, c’è umana condivisione. Non nei numeri, nelle percentuali, nelle statistiche ossessivamente recitate. Anche con i numeri dei virologi, in molti cominciamo a far fatica. Mai due che dicano la stessa cosa. Anzi spesso, nella loro indiscussa autorevolezza, si contraddicono così radicalmente che noi profani ci domandiamo come una scienza possa essere tanto incerta e malleabile. E, smarriti, cambiamo canale. Umano, magari necessario: deprimersi, abbassa le difese immunitarie (il disfattismo è da sempre un grande nemico, nelle guerre).

E tuttavia, fra lo scoraggiamento e la fuga si potrebbe tentare una terza via. Soffermarsi, tra i volti e le cose quotidiane, su un punto di bellezza. Deve esserci, anche nella più triste periferia: per esempio le foglie d’oro puro di certi alberi, ieri a Milano, quando dopo la pioggia il cielo si è fatto di un incredibile blu. Un orto, un balcone, o i ciclamini radiosi al mercato. Il disegno di un bambino, la voce antica di un vecchio caro. Un punto di bellezza, come una leva su cui fare forza. Il 1 luglio 1942 la giovane ebrea Etty Hillesum, prossima alla deportazione, ad Amsterdam scriveva sul suo Diario: «Oh sì, il gelsomino! Com’è possibile, mio Dio, è intrappolato tra il muro scrosticciato dei vicini e il garage. […] Eppure in mezzo a tutto quel grigio e a quel fango, è così splendente, così esuberante e così fragile – una giovane sposa temeraria, sperduta in un quartiere malfamato». L’anno 1942, la guerra mondiale, l’Olocausto, erano ben più tragici di questo pure cupo 2020. Ma c’era un gelsomino candido in un cortile grigio – e c’era una ragazza che aveva gli occhi per vederlo.

da avvenire.it

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