L’America latina finalmente si sente capita

Nessuno nasconde la portata delle grandi trasformazioni avvenute in questi anni che si innestano, però, su due elementi costitutivi: l’origine neolatina di gran parte della sua popolazione e la forte fede cristiana. Ma le contraddizioni restano, a partire dalla diseguale redistribuzione della ricchezza. Per non parlare delle spinte populiste e del peso dell’economia criminale.

La presidente del Brasile Dilma Roussef ha invitato tutti i presidenti latinoamericani a partecipare agli incontri previsti durante la visita di Papa Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. È un chiaro segnale che questo appuntamento non riguarda solo il Brasile e neppure solo i giovani, ma è invece considerato un avvenimento di grande importanza sociale per tutta l’America Latina. Il primo viaggio internazionale del Papa si svolgerà nel suo continente, che lui conosce perfettamente e a cui tiene profondamente. Non a caso, Francesco ha voluto inserire nel programma una visita al santuario mariano dell’Aparecida, a cui i brasiliani sono molto legati, un paio di incontri che lo portino più a contatto con il popolo e anche un colloquio con la Conferenza episcopale latinoamericana. Ma quale continente andrà incontro al Papa?

Nelle parole di molti vescovi sudamericani, un continente che finalmente si sente conosciuto e capito fino in fondo. Prima della salita al soglio pontificio, Bergoglio ha svolto per tutta la sua vita un’intensa attività pastorale immerso in una delle metropoli simbolo del Sudamerica e quindi conosce perfettamente tutte le contraddizioni, la vitalità, i problemi e l’anima profonda dell’America Latina. Si tratta di un continente affascinante, molto eterogeneo, ricco di contrasti, tenuto insieme sostanzialmente da due fattori: l’origine neolatina di gran parte della sua popolazione e la forte fede cristiana.

Per il resto, il Sudamerica è un mondo che contiene molti mondi. Oggi finalmente l’autoritarismo non è più la forma di governo più diffusa nella regione, ma le tentazioni di un populismo paternalistico e illiberale sono ancora ben presenti, come l’esempio venezuelano degli ultimi anni ha chiaramente mostrato. Dal punto di vista della sicurezza, la maggior parte dei conflitti armati che per decenni hanno segnato molti Paesi sudamericani, basti pensare al Perù o alla Colombia, sembrano oggi risolti o sotto controllo, ma non si può escludere una loro recrudescenza, magari in forme diverse. D’altra parte, problemi profondi collegati a questi conflitti, come la grande disuguaglianza economica e sociale, la produzione e il traffico di stupefacenti, la corruzione degli apparati statali sono ancora ben presenti in molti Paesi sudamericani e segnano la vita di milioni di persone. Com’è noto, infatti, la povertà e l’emarginazione toccano da vicino gran parte della popolazione sudamericana.

La democratizzazione e lo sviluppo dell’economia globale hanno certamente favorito la crescita di quei Paesi che hanno avuto alla loro guida una classe politica minimamente competente, come nel caso del Cile e ancor più del Brasile. Il continente si è progressivamente emancipato dagli Stati Uniti e vari Paesi giocano oggi con successo le loro partite commerciali sui mercati mondiali aperti. Tuttavia, la crescita dell’economia non ha portato benefici per tutti, o comunque li ha portati in maniera nettamente diseguale, attenuando solo parzialmente le differenze nelle condizioni di vita fra classi sociali, che raggiungono proporzioni inimmaginabili per il contesto europeo. È questo il motivo fondamentale delle proteste a cui abbiamo assistito in Brasile poche settimane fa ed è anche uno dei motivi per cui la Chiesa sudamericana è sempre stata piuttosto scettica circa il modo in cui si stavano sviluppando le economie della regione, anche nei casi di maggior successo.

Si riduce la rilevanza dei conflitti ideologici che venivano combattuti nella boscaglia, ma cresce la violenza urbana legata alla criminalità, che nelle giungle metropolitane popolate da decine di milioni di abitanti raggiunge cifre per noi impensabili. L’altro motivo fondamentale dello scetticismo della Chiesa è invece ben noto anche al pubblico europeo, ed è rappresentato dalla crescente secolarizzazione e dalla diffusione dell’edonismo materialistico associato allo sviluppo economico. Il culto del successo, del denaro, dell’immagine si stanno diffondendo anche in America latina, come già da tempo in Europa e in Nord America. Inoltre, la crescita dell’economia ha spesso comportato uno sfruttamento intensivo e persino violento delle risorse naturali del continente, mentre nelle agende politiche di molti partiti e governi sudamericani si affacciano temi come la legalizzazione dei matrimoni gay, che sono all’ordine del giorno di dibattiti molto accesi in tanti Paesi occidentali. Proprio Papa Francesco, quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires, ingaggiò un aspro scontro con la Presidente Kirchner su questi temi. Dunque, si potrebbe dire che il Sudamerica è un continente in trasformazione, da molto punti di vista: politico, economico, sociale. È però anche un continente in cui la fede è vissuta in modo molto più diretto e vitale di quanto non lo sia in Europa. Un continente in cui la domanda di senso religioso è tuttora intensa e dove la popolazione non si lascia scivolare addosso le trasformazioni, ma chiede di viverle sempre più da protagonista.

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