Labro e Colli sul Velino: in due libri, la storia delle mura che hanno plasmato la fede del popolo

Due pubblicazioni, a firma di don Luciano Candotti, hanno contrassegnato le celebrazioni del bicentenario della parrocchia di Colli sul Velino. I festeggiamenti, svolti nelle giornate del 26 e 27 di maggio, ricordavano il “divorzio” tra due comunità: la parrocchia dell’allora Colli di Labro, infatti, nacque come distaccamento della preesistente cappellania dalla chiesa “matrice” Labro. Ma la ricorrenza è stata contrassegnata in tutto dallo spirito di profonda comunione e amicizia fra i due paesi, ora posti entrambi sotto la sua cura pastorale di don Luciano. E chissà, come ha avuto modo di auspicare il sindaco di Labro Gastone Curini nel saluto rivolto ai presenti alla celebrazione di sabato, che non si arrivi a costituire un unico consiglio pastorale interparrocchiale per la gestione comune delle due parrocchie: magari, aggiungiamo noi, nella prospettiva di una unità pastorale da costituirsi canonicamente.

Nell’attesa, tornano utili i volumi dati dalle stampe dal parroco. Da molti anni alla guida della comunità collana e ora anche di quella labrese, Candotti è dotato di una passione per la storia locale e l’archivistica caratterizzata da un’invidiabile meticolosità: un talento che lo ha portato a ripercorrere storia e identità pastorale, culturale, antropologica delle due comunità attraverso altrettanti libri, affidati alle rotative della tipografia ternana Celori: Colli sul Velino, 200 anni di parrocchia e Labro e le sue chiese.

Nel primo, don Candotti passa in rassegna storia e vita della parrocchia collana. Come scrive nella presentazione, «è storia e vita della nostra gente, arricchita nel tempo dalle tradizioni, dalla cultura, dalla religiosità che portano quella fisionomia», in anni non lontani (pur se le cose sono cambiate come se fossero passati secoli) in cui «era la vita parrocchiale che scandiva la vita civile di questo popolo, che trovava nella chiesa l’unico polo di unità e di aggregazione e da lì, poi, sciamava nella realtà, portando con sé lo spirito di quanto aveva ascoltato e lo ritraduceva, anche se poveramente, nel vissuto di ogni momento».

Ecco dunque lo svolgersi del libro che, dopo “Un po’ di storia della Sabina” e alcune “Considerazioni storico-religiose” introduttive, propone una carrellata dei documenti che portarono, nel 1818, a chiedere e ottenere l’istituzione della parrocchia collana sganciata da Labro e l’elenco di tutti i sacerdoti che prima (come cappellani) e dopo (come parroci) si sono succeduti alla guida della comunità. Non manca il riferimento alle Visite pastorali effettuate dai vescovi di Rieti nel paese, che nel 1962, cinque anni dopo aver ottenuto l’autonomia anche civile, divenendo Comune a sé, mutò il nome da Colli di Labro a Colli sul Velino. Si arriva quindi alla configurazione della nuova parrocchia che, con la riforma degli enti ecclesiastici del 1987, assorbì anche le vicine Moggio e Piedimoggio. Non manca una ricca carrellata fotografica e documentaria delle varie chiese sparse nei tre paesi del territorio parrocchiale, comprese quelle che l’alacre impegno di don Luciano ha riportato alla luce con restauri e sistemazioni. In qualche caso, come per la primitiva parrocchiale di Colli o l’eremo di Santa Maria a Moggio alto, il sacerdote friulano ha fatto risorgere quelli che erano poco più che ruderi, e le fasi dei lavori, le trasformazioni e gli arricchimenti (si pensi al ciclo pittorico a firma del pittore reatino Bellardi nella attuale parrocchiale), ma anche le occasioni di ritrovo e di vita comunitaria negli anni sono ben documentati.

L’altro volumetto, dedicato a Labro e le sue chiese, tiene conto del 510° anniversario della costituzione della collegiata di Santa Maria Maggiore, che il cardinal Colonna, vescovo di Rieti, eresse l’11 febbraio del 1508 elevando a titolo arcipretale la storica Santa Maria Maggiore che ancor oggi si erge all’ombra del castello dei Nobili Vitelleschi. Una chiesa che, spiega l’autore nella prefazione, vedeva impegnati nel sacro ministero «l’arciprete e due canonici che officiavano anche nelle chiese periferiche», divenendo così «la Madre di tutte le altre chiese sparse nel territorio di Labro e di Colli»: una dozzina in tutto. Una chiesa, dunque, che «ha generato e ha formato l’anima del nostro popolo che attorno a queste mura è nato e cresciuto».

Dopo alcuni “Brevi cenni storici su Labro” e l’illustrazione del documento del XVI secolo con cui si ratificavano, con apposito atto notarile, gli accordi di tregua fra Labro e Piediluco, don Candotti passa a presentare dettagli storici, artistici e architettonici di Santa Maria Maggiore: il culto del patrono san Pancrazio, le cappelle, gli arredi, gli oggetti d’arte sacra, le strutture di pertinenza. Poi uno sguardo alle altre chiese labresi: la Madonna della Neve, annessa all’ex convento poi soppresso e passato in proprietà al Comune (oggi degnamente recuperato), e la Madonna della Luce, nell’omonima località ai piani di Labro, non senza un riferimento anche all’oratorio privato delle famiglie Coletti-Rossetti.

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