La storia di Zaid, farmacista siriano fuggito dalla guerra

Zaid, radiologo e farmacista, è nato in Siria nel 1986, ma ha lasciato il suo paese per non uccidere. Per lui la scelta era entrare nell’esercito o unirsi ai ribelli. Ha preferito una difficile traversata del nord Africa, fino allo sbarco sull’isola Lampedusa. Accolto dallo Sprar gestito dalla Caritas diocesana di Rieti, ha imparato la lingua e a poco a poco si è inserito nella comunità fino a trovare lavoro in una farmacia reatina

Zaid Ameen oggi è sereno e lavora in un una farmacia del centro storico di Rieti, ma la storia che ha alle spalle è tutt’altra cosa, ed è piena di dolore. Trentatre anni, più grande di sei fratelli, Zaid è siriano d’origine ed ha studiato farmacia nel suo paese: «ho due lauree, una in tecnico di radiologia e e una farmacia, è sempre stata la mia passione». Dopo la laurea, Zaid inizia a lavorare in un ospedale vicino Damasco «era un lavoro molto difficile, molto pesante, tantissimi feriti di guerra, una situazione in continua emergenza».

A soli 27 anni, la gestione di un compito gravoso sia materialmente che psicologicamente: «non era tanto la ferita in sè a far male, era sapere da cosa era causata, da tutto lo sfondo della situazione: gente innocente che moriva inutilmente, solo per le questioni dei potenti. Da noi venivano solo civili, gli ultimi, coloro che pagavano uno scenario che non dipendeva da loro in nessuna parte».

Nel 2102, dopo la laurea, Zaid decide di lasciare il suo paese: «in Siria è obbligatorio fare il servizio militare, e io non volevo. O entravo nell’esercito o mi univo ai ribelli, e ho scelto un’altra strada. Avrei in qualche modo partecipato alla guerra, a ciò che stava accadendo, e avrei rischiato di uccidere qualcuno».

Zaid arriva in aereo in Libano, poi a Il Cairo, poi in auto fino a Bengasi e poi di nuovo in aereo fino a Tripoli. Lì la ricerca del lavoro per qualche mese e poi la decisione di venire in Italia a bordo di una peschereccio, con un viaggio pagato 1200 dollari. «Non avevo idea di cosa significasse intraprendere un viaggio simile, mi immaginavo una nave molto più grande, e condizioni diverse; invece eravamo 455, tutti assiepati e senza neppure possibilità di portare un piccolo bagaglio, ma solo quello che indossavamo».

Una traversata di circa ventidue ore, relativamente tranquilla a causa del mare calmo. A Lampedusa lo scenario che accoglie Zaid non è dei più facili: «c’erano tantissimi sbarchi, la situazione era ingestibile. Ricordo che subito dopo la mia arrivò una barca dalla Libia con a bordo solo cadaveri, circa duecento persone morte in un viaggio agghiacciante». Dopo un passaggio nell’entroterra siciliano Zaid passa sette mesi in Germania, dove la sua richiesta d’asilo viene respinta, poi arriva in un campo di Roma e finalmente viene accolto in maniera stabile a Rieti dallo Sprar gestito dalla Caritas diocesana: «dopo una settimana dall’arrivo a Rieti la situazione era già tranquilla e normalizzata. Gli operatori della Caritas sono stati accoglienti e gentili, soprattutto mi hanno fatto un quadro generale sulle cose importanti da sapere per stare in Italia, a partire dall’insegnamento della lingua. Sono tuttora sempre disponibili ad aiutarmi e io ad aiutare loro».

Tramite lo Sprar Caritas Zaid impara velocemente la nostra lingua e l’ordinamento giuridico italiano e pian piano si inserisce nella comunità cittadina, attraverso tirocini formativi e attività aggreganti: «ho fatto il pizzaiolo, come mestiere non riguardava certo la mia formazione ma era un modo come un altro per non rimanere a casa, per essere incluso in città».
Una città che lo ha accolto bene, fin da subito: «mai un episodio di intolleranza, nè al lavoro nè in altre circostanze».

Oggi, a Zaid mancano pochi esami e la tesi per adeguare la laurea siriana a quella italiana, e si destreggia con disinvoltura con i clienti e con i nomi dei farmaci, che ormai padroneggia benissimo «non l’ho trovato molto difficile».

Ogni tanto, in evitabilmente, il pesniero corre alla famiglia lasciata in Siria: «vivono nella parte peggiore, la zona in cui hanno usato le armi chimiche. Cerco di sentirli spesso, i bombardamenti sono all’ordine del giorno e non c’è un palazzo rimasto integro. Mi mancano, come mi mancano gli amici, anche se sento un grande distacco dalla politica che ha causato tutto questo nel mio Paese».
Tuttavia, oggi la sua vita è serena e c’è margine anche per progettare un futuro: «tra un pò, burocrazia permettendo, sarò raggiunto dalla mia ragazza e spero in un futuro insieme».

Mentre ai telegiornali scorrono le immagini del suo Paese martoriato Zaid pensa alla stupidità della guerra, alla sua inutilità: «i risultati sono questi. Ho perso mio padre e non posso abbracciare mia mamma, le mie tre sorelle e i miei tre fratelli, ho visto morire tantissime persone care. La guerra è davvero stupida».

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