La selezione naturale è ancora all’opera?

I dubbi nascono dalla considerazione di alcune peculiarità della nostra specie

Poco più di 150 anni fa, Charles Darwin nel suo libro “L’origine delle specie” (1859) per la prima volta parlava di selezione naturale, ovvero del meccanismo – complesso e plurifattoriale – con cui avverrebbe l’evoluzione delle specie. In base ad esso, nell’ambito della diversità genetica delle popolazioni si creerebbe un progressivo (e cumulativo) aumento della frequenza degli individui con caratteristiche ottimali per l’ambiente di vita. In altre parole, vengono favorite (“selezionate”) quelle mutazioni che portano gli individui ad avere caratteristiche più vantaggiose in date condizioni ambientali, determinandone, un migliore adattamento in termini di sopravvivenza e riproduzione. “La conservazione delle differenze – scriveva Darwin – e variazioni individuali favorevoli e la distruzione di quelle nocive sono state da me chiamate ‘selezione naturale’ o ‘sopravvivenza del più adatto’ “.
Ma, nel tempo, il mondo cambia….e anche in fretta! Tanto da spingere gli studiosi a domandarsi se, ai nostri giorni, la selezione naturale è ancora all’opera sugli esseri umani o se altri sono i fattori divenuti preponderanti nel processo di adattamento alle condizioni ambientali. La questione riveste un’importanza decisiva per la biologia evoluzionistica, ed è stata materia di un acceso dibattito negli ultimi decenni.
I dubbi nascono dalla considerazione di alcune peculiarità della nostra specie. Ad esempio, l’aver prodotto uno sviluppo tecnologico tale da permettere un notevole grado di dominio sulla natura. Come pure un progresso medico che ha ridotto notevolmente il rischio di morte, soprattutto nell’età natale e perinatale. Insomma, è indubbio che, oggi, gli esseri umani vivono con una pressione selettiva ridotta, la maggior parte dei nati raggiunge l’età adulta e può riprodursi, mentre i fattori ambientali mostrano in questo un’influenza limitata. La questione è: limitata fino a che punto? È possibile che l’evoluzione operi ancora, ma ad una velocità ridotta, tanto da non risultare con evidenza negli studi?
Fino a qualche anno fa, si era diffusa tra gli studiosi l’opinione che l’evoluzione umana si fosse fermata 40mila o 50mila anni fa. Ma alcuni studi recenti, invece, hanno verificato che essa ha continuato ad operare negli esseri umani anche durante le ultime migliaia di anni. Per esempio, con adattamenti del nostro metabolismo (come la persistenza della lattasi, cioè la produzione dell’enzima necessario a digerire il latte anche in età adulta, emersa con i primi allevamenti di bovini e con il conseguente consumo di latte vaccino e di prodotti caseari). Oppure con lo sviluppo adattativo della resistenza alla malaria, nelle regioni del mondo in cui la malattia è endemica. O anche con l’adattamento a vivere ad alta quota, evidente, ad esempio, nell’organismo degli abitanti del Tibet.
Certamente, i recenti progressi nella genetica molecolare consentono oggi una ricerca più rigorosa degli effetti della selezione naturale sugli esseri umani, rendendo possibile lo studio diretto delle varianti genetiche in una determinata popolazione e la loro espressione fenotipica (tratti funzionali e morfologici). Di recente, un team di ricercatori, coordinati da Jonathan P. Beauchamp della Harvard University, ha condotto uno studio – pubblicato su “Proceedings of the National Academy of Sciences” – proprio sulla base di questi risultati di genetica molecolare.
Il campione della ricerca era composto da soggetti di origine europea, nati tra il 1931 e il 1953, che parteciparono all’Health and Retirement Study, un ampio progetto di studio della salute della popolazione statunitense. Beauchamp e collaboratori hanno incrociato i dati genotipici per verificare l’eventuale correlazione con alcuni tratti fenotipici (altezza, indice di massa corporea, livello di colesterolo, concentrazioni di glucosio nel sangue, ecc…) e con altri tratti come età del menarca nelle donne, rischio d’insorgenza di schizofrenia e livello di scolarità. Va rilevato come si tratti di elementi tutti “poligenici”, cioè dipendenti da un gran numero di geni diversi (soprattutto nel caso della schizofrenia e del livello di scolarità). E’ d’obbligo quindi una grande cautela nel tirare conclusioni circa le effettive influenze genetiche sulla loro determinazione. Il risultato emerso è che, nell’arco di poche generazioni, la selezione naturale avrebbe favorito i soggetti di entrambi i sessi con più basso livello di scolarità. Sia i maschi che le femmine studiati che non hanno avuto bambini, poi, hanno mostrato punteggio medio di livello di scolarità molto più elevato di quanti hanno avuto uno o più bambini. E’ stato anche evidenziato un aumento di circa 6,2 anni nell’età del menarca nelle donne. L’insieme di questi dati, insomma, depone a favore dell’ipotesi che la selezione naturale agisce ancora oggi, ma con tempi tali che i suoi effetti sono facilmente oscurati dall’enorme velocità di cambiamento delle società moderne.

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