Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

La preghiera come domanda di giustizia. Svolto in Cattedrale il primo incontro per l’unità dei cristiani

Si è svolto in Cattedrale il primo dei tre appuntamenti per la settimana di preghiera ecumenica che coinvolge i fedeli delle diverse confessioni cristiane presenti a Rieti

Tre omelie, o meglio tre meditazioni, da tre voci di pastori cristiani. In un’assemblea di preghiera che raduna cristiani che in genere si ritrovano insieme solo per questa particolare settimana dell’anno: quella dedicata all’unità fra tutti coloro che, uniti da una sola fede in Cristo, sono divisi a causa delle vicende della storia.

Una preghiera speciale del Vespro, quella di domenica sera, che ha raccolto in Cattedrale cattolici, protestanti e ortodossi. A presiedere la liturgia è stato il vescovo Domenico, affiancato dal pope ortodosso Constantin Holban e dal pastore avventista Daniele Benini. In Duomo sono dunque convenuti credenti protestanti e ortodossi. I primi sono i fedeli della Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno, che ha il proprio luogo di culto a Molino della Salce. La comunità ortodossa, invece, a Rieti forma una parrocchia, con proprio parroco, facente capo alla Diocesi italiana della Chiesa Ortodossa Romena. In attesa di edificare un proprio complesso parrocchiale vengono ospitati dalla diocesi cattolica nella chiesetta della Madonna dell’Orto. Con loro, ovviamente i fedeli cattolici, quelli “latini”, i più numerosi a Rieti, ma anche una rappresentanza dei greco-cattolici della comunità ucraina di stanza in città: in presbiterio hanno preso posto anche padre Yosafat Andriy Koval, che guidava la comunità ucraina in passato, e l’attuale prete deputato all’assistenza spirituale dei tanti fedeli della Chiesa ucraina “uniate” (cioè legata a Roma, ma di rito orientale), padre Stefano Starepravo.

All’inizio del rito, che ha segnato il primo dei tre momenti ecumenici programmati a Rieti per la Settimana dell’unità dei cristiani, i due sacerdoti ucraini hanno sfilato in processione con monsignor Pompili, il pope della comunità romena e il pastore che guida la comunità reatina degli avventisti.

Dopo la salmodia dei Secondi Vespri domenicali, la lettura del brano del Deuteronomio da cui è tratto il versetto guida della Settimana pro unitate di quest’anno, preparata dai cristiani delle varie confessioni dell’Indonesia: «Cercate di essere veramente giusti». Poi padre Yosafat ha proclamato il brano evangelico, quello di Gesù che, nella sinagoga di Nazaret, legge il rotolo di Isaia e si presenta come colui che dà compimento alla figura messianica di cui parla il profeta annunciando lo speciale inviato di Dio rivestito del suo Spirito.

Il pastore Daniele: «la giustizia è un’esigenza per i credenti»

Il pastore Daniele è il primo a prendere la parola, commentando il brano del Deuteronomio che esorta gli israeliti a praticare pienamente la giustizia. Quella di cui Pietro, nella sua Lettera, parla come un dono dei tempi finali: i «cieli nuovi e terra nuova» in cui solo avrà stabile dimora la giustizia. Eppure, sin da ora, dice Benini, essa è un’esigenza per i credenti. Come veniva raccomandato agli israeliti al momento di entrare nella terra promessa: essere giusti. E viene detto loro in un brano in cui si parla delle varie feste che il popolo ebraico dovrà celebrare. Perché? L’invito alla giustizia è posto nel contesto delle occasioni in cui tutti si rallegreranno. Una bella provocazione della Scrittura, commenta il pastore avventista: «Tu sei invitato a festeggiare, ma non lo farai da solo. Oggi la nostra realtà, non solo in Occidente, ma anche lontano, tende ad alzare muri, ad alzare steccati», eppure la Bibbia comanda di condividere con il forestiero, con l’orfano, con la vedova. «Un invito significativo a comprendere il senso della festa che non può coinvolgere solo quelli di casa mia, ma anche quelli che vivono in casa nostra, che sono partecipi di questo progetto di vita». Dai fratelli dell’Indonesia, allora, che hanno preparato i testi della Settimana per l’unità di quest’anno – cristiani che, sottolinea Benini, «stanno vivendo la realtà di corruzione ai diversi livelli che lacera la vita sociale e familiare» – l’invito a ricordarci di questo impegno per la giustizia, quella che san Pietro dice che «vivremo nella sua pienezza solo al ritorno di Gesù, ma che chiede sin da ora ai cristiani di ricercare la rettitudine», se è vero che Gesù proclama beati coloro che di giustizia sono affamati. «Al ritorno di Cristo, solo al suo ritorno, gusteremo la pienezza di giustizia, ma ora dobbiamo vivere e batterci per la giustizia al di là delle nostre piccolezze e difficoltà, perché ognuno di noi può costruire qui ed ora un mondo giusto e onesto».

Padre Constantin: Dio attende dall’uomo la risposta al suo amore

Al brano evangelico è stata dedicata poi la riflessione di padre Constantin. Il sacerdote ortodosso ha commentato quel “tempo nuovo” in cui Gesù si inserisce, annunciando la lieta notizia ai poveri e proclamando “l’anno di grazia del Signore”. Holban ricorda il detto di un mistico orientale: «Il tempo per noi è l’intervallo nel quale Dio si aspetta la risposta dell’uomo all’offerta del suo amore». «Sì, Dio ci dà amore. E la risposta è il tempo per rispondere a questo amore, per incorporare questo amore in Dio, ed è tutto il tempo che viviamo noi in questa terra. Il Signore Gesù Cristo vive nello stesso modo il tempo e l’eternità. Egli è Dio ma anche perfettamente uomo. Dio dona tutta la sua divinità sulla terra, non ha mai usato i suoi poteri come Dio per se stesso, nemmeno sulla croce, fino alla morte». Un tempo di grazia è offerto a chi crede in Cristo: «questo tempo ci si offre nella Chiesa come tempo santificato, specialmente nella comunione al corpo e sangue del Signore, tramite la liturgia, nel perdono dei peccati, per la vita eterna. Cristo rimarrà per sempre: per questo “l’anno di grazia del Signore” è una comunione con la vita eterna, con i santi della vita eterna, ogni nostro incontro di preghiera ogni nostro incontro con la parola è un tempo che ci unisce a lui». Anche noi siamo rivestiti di quello Spirito che lo ha consacrato: «Lo Spirito Santo è dentro di noi, ci permette di santificare noi stessi, di avere una vita così pura, così giusta, di vivere secondo i comandamenti e secondo l’amore di Dio in modo che noi stessi saremo la dimora di Dio. Siamo chiamati a vivere una fede totale, non parziale, perché abbiamo un Dio geloso che non vuole essere condiviso con nient’altro, che vuole portare dentro di noi il regno dei cieli, che vuole che il nostro cuore diventi la sua dimora nell’eternità».

Il vescovo Domenico: la preghiera ci provoca alla giustizia

Infine – prima di cantare il Magnificat ed elevare le particolari preghiere della Settimana pro unitate – la riflessione del vescovo Domenico, che richiama l’attualità dell’invito alla giustizia contenuto nel brano del Deuteronomio: è importante infatti, per i cristiani, partire dalle radici ebraiche, come Gesù stesso nella sinagoga di Nazaret che srotola il libro di Isaia: quella “seconda legge” (questo il significato del nome Deuteronomio) «attualizzata dagli israeliti, quando non sono più fuggiaschi ma sedentari in terra promessa» e fanno memoria del loro passato. E questo, precisa don Domenico, «dice anche qualcosa a noi cristiani, in questo frangente storico in cui si tende a cancellare questa memoria, a dimenticare che tutti siamo stati schiavi e tutti fuggiaschi». Anche noi italiani «abbiamo una memoria breve che dimentica quali erano le condizioni di difficoltà economica e di indigenza soltanto qualche tempo fa nel nostro Paese e ciò ci porta a atteggiamento pregiudiziale e ostile verso chi arriva». Una considerazione da non trascurare, all’indomani della tragedia dei morti nel Mediterraneo, fatto «che ci chiama in causa noi credenti. Saremo giudicati anche noi e non basteranno le parole di noi cristiani, ma azioni che facciano intendere che c’è un altro modo di porsi se facciamo memoria di ciò da cui siamo venuti». L’auspicio di monsignore, allora, è che «la parola di questa Settimana per unità dei cristiani ci provochi» alla giustizia, come provocava l’antico Israele: «c’è stato sempre in questo popolo testardo e ostinato di declinare fede e giustizia, perché la fede non è un’evasione ma è un modo di stare al mondo».

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