La nave dolce del reatino Vicari

Nell’autunno del 2002, Daniele Vicari, regista cinematografico reatino nato e vissuto a Collegiove in Sabina dove ancora si reca spessissimo assieme alla famiglia, fu invitato a Rieti dal presidente della provincia di allora, Giosuè Calabrese, che per il successo riportato alla Mostra internazionale del Cinema di Venezia, dove partecipava quale esordiente e dove fu premiato per il film Velocità massima, di cui aveva curato regia, soggetto e sceneggiatura, gli consegnò, innanzi ad ottocento studenti nella Multisala Moderno che lo applaudivano, una grande targa d’argento quale segno di apprezzamento dei suoi concittadini per quanto aveva fatto, dando lustro a Rieti e alla Sabina, in una sede internazionale dell’importanza che ha la kermesse veneziana.

Velocità massima con Valerio Mastrandrea, presentato alla 59a Mostra del Cinema, gli valse il David di Donatello 2003 come miglior regista emergente. Da allora la carriera di Daniele Vicari si è infittita di documentari, di film e di successi, ma anche di accese polemiche dopo la pubblicazione del film Diaz, non pulite questo sangue, che ha narrato la drammatica notte genovese del G8 del 2001, fino a ritornare quest’anno in Laguna con un’altra opera, La nave dolce, coproduzione di RAI Cinema, proiettata domenica 2 settembre al Lido e che non sarà da meno nel suscitare dibattiti ed approfondimenti.

Il commento del regista alla sua pellicola, diffuso dall’Ufficio stampa del Festival, è veritiero. Racconta Daniele che «nel 1991 avevo 24 anni. Ricordo l’arrivo della Vlora come una sorta di cataclisma mediatico. Quello sbarco segnò l’avvio di una rivoluzione socioculturale di proporzioni fino ad allora inimmaginabili. In questo senso La nave dolce è un film che mi si è imposto e mi ha costretto a superare lo schema narrativo in tre atti, prendendo a prestito strutture più ampie dalla tragedia e dalla narrativa classica. Così accanto alla potenza evocativa delle straordinarie immagini di repertorio, il racconto diretto dei testimoni tenta di restituire, nella molteplicità degli sguardi, il senso di un avvenimento che ha segnato la storia personale di migliaia di persone e quella collettiva del nostro paese».

Il regista reatino narra, questa volta, il dramma di ventimila albanesi fuggiti dall’Albania del feroce dittatore Enver Hoxha morto nel 1985 e del suo successore, Ramiz Alia, affascinati ed ammaliati dall’Italia, eldorado di quel popolo che, invece, dopo l’approdo a Bari della nave carica anche di zucchero (da qui il titolo), prima li rinchiuse tutti nello stadio di calcio del capoluogo e poi li respinse.

«La nave dolce è un film che mi si è imposto» ha dichiarato il regista reatino a Chiara Lostaglio, del sito web altritaliani.net. Alla Lostaglio che gli chiedeva come, secondo lei, anche per la Diaz, fosse il dramma sociale a fare da filo conduttore di due vicende lontane nel tempo, ma che comunque custodiscono germi di discriminazione e di sopraffazione, narrate in maniera molto netta, confermando quella certa vocazione dell’autore al documentario, Vicari ha risposto: «Diaz e La Nave sono una sfida radicale ai miei limiti di narratore, devo ammetterlo. Infatti sono due “mostri” che mi hanno fatto soffrire e gioire come non mi era mai accaduto prima». «Ma perché il titolo “La nave dolce”?», gli ha chiesto ancora la giornalista. «Perché l’esperienza drammatica di quel viaggio configge con l’amore e l’ammirazione verso l’Italia che avevano gli Albanesi e poi la nave trasportava zucchero!». Questa la risposta commossa di Daniele.

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