La dignità nel vivere e nel morire / 5

Quale morte? La dignità del morire

Parlare di una “dignità del morire” è diventato oggi nella cultura post-moderna un non-senso. Esiste una bellissima poesia di Rilke, che dice: «Da, o Signore, a ciascuno la sua morte. La morte che fiorì da quella vita/ in cui ciascuno amò, pensò sofferse». Ma oggi nel sentire comune, morire è semplicemente cessare di vivere: è crepare.

Si potrebbero fare molte riflessioni al riguardo, ma ho paura che possono portarci lontano dalla nostra riflessione.

Si va facendo strada oggi, purtroppo, l’idea che l’unica nobilitazione della morte è di attribuirla pienamente all’autodeterminazione del singolo, sia attuale (suicidio puro e semplice) sia anticipata (suicidio assistito).

Questa nobilitazione è oggi inserita nel dibattito assai acceso circa un’eventuale legislazione – che oggi è diventata necessaria – sulla fine della vita. Proverò dunque a fare un poco di chiarezza se ci riesco.

Il prudente discernimento fra interventi terapeutici che hanno il profilo dell’accanimento terapeutico o di terapie proporzionate, rientra nel diritto di ogni persona di vivere una vita degna, che non esclude anzi comprende l’accettazione della morte.

È necessario poi distinguere nettamente fra terapia e cura della persona [idratazione, alimentazione, pulizia…]. La seconda è sempre dovuta, e la sua omissione avrebbe eticamente il profilo dell’omocidio. La prima invece è dovuta fatte però le necessarie distinzioni.

Fatte queste chiarificazioni, possiamo parlare con verità di dignità del morire? Quando la morte è degna di una persona umana?

Se guardiamo alla tradizione etica del nostro Occidente, constatiamo che indubbiamente il concetto di dignità della morte è presente sotto almeno tre figure:

La figura della nobilitazione del suicidio. La morte del suicida acquista, secondo questa versione, una sua dignità come contestazione di un ordine delle cose umane ritenuto assolutamente assurdo.

La figura del martire. Già presente nella tradizione giudaica [la grande epoca maccabaica], e non assente del tutto dalla grecità [morte di Socrate], acquista una dignità incomparabile nel cristianesimo.

È invece assolutamente originale la concezione cristiana della dignità della morte. La morte di Cristo è stato l’atto supremo del suo amore poiché in essa e avvenuta la totale donazione di Se stesso. La morte come dono di sé è l’originalità del cristiano. E la morte del cristiano è la partecipazione alla morte di Cristo: in questa partecipazione sta la sua eminente dignità.

Lasciamo ora la pur fugace visita alla vicenda storica, vorrei finalmente esprimere chiaramente (lo spero) quale sia il contenuto vero dell’espressione “dignità del morire”.

Rispondi