Italo Calvino: l’amico mancante

Se una notte di fine estate uno scrittore non avesse terminato i suoi giorni in un letto d’ospedale, forse adesso avremmo un Nobel per la letteratura in più e molti meravigliosi libri. Trent’anni fa infatti, tra il 18 e il 19 settembre 1985, moriva Italo Calvino. Pochi giorni prima un ictus lo aveva distratto dall’ultimo lavoro, le Lezioni Americane, il suo testamento intellettuale. Quel testo era dedicato a noi.

Le lezioni sono ciò che è rimasto di quello che Calvino aveva pensato per le “Poetry Lecture”, sei conferenze assegnate annualmente a scrittori prestigiosi dalla Harvard University. Quindi un testo rivolto a studenti e professori ma con la chiara intenzione di suggerire dei valori letterari per il nuovo millennio, il nostro appunto.

Decine di citazioni costellano le poche pagine delle cinque lezioni pervenuteci. Degne di nota ad esempio quelle di Galilei e Leonardo da Vinci nell’insolita veste di scrittori. Tra i saggi dello scienziato e le favole del pittore, Calvino rintraccia scorci di vera letteratura, facendoci conoscere aspetti del tutto inediti della cultura italiana.

Ma per illustrare le sue idee lo scrittore si rifà anche alla propria esperienza, non soltanto professionale. I fumetti che “leggeva” da bambino ad esempio. Veramente osservava soltanto le figure, però questo gli permetteva di liberare la fantasia e l’immaginazione, ponendo le basi della sua futura creatività narrativa.

Per avere un’idea della bellezza delle sue opere è sufficiente fare due semplici considerazioni. A chi non piacerebbe conoscere qualcuno che, quando ci parla, unisce precisione e fantasia, profondità e leggerezza; qualcuno che ci faccia scoprire mondi incredibili e che ci racconti storie pazzesche? Un amico come questo è in realtà a portata di mano, basta leggere i suoi libri.

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