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Istat: culle vuote in aumento in Italia

Secondo i dati rilevati dall'Istituto Nazionale di Statistica, persiste il declino avviatosi nel 2015 che ha portato a una diminuzione di quasi 551 mila residenti in Italia in cinque anni

Culle vuote e un aumento del numero di italiani che abbandonano il Paese per vivere all’estero. L’Istituto Nazionale di Statistica scatta la foto e il ritratto che ne viene non è dei migliori, anzi, è il peggiore da 100 anni e più a questa parte o, per lo meno, rispetto a quello che ancora oggi viene ricordato come il baby-boom degli anni sessanta. Facendo riferimento a date più recenti, dal 2008 l’Istat ha registrato un calo di 140mila nascite, arrivando al 2019 con solo 420mila a fronte di 634mila decessi. Rallenta anche l’incremento della popolazione straniera che, all’inizio dell’anno, ha mostrato un aumento pari allo 0,9%. In calo il numero di cittadini stranieri che arrivano nel Bel Paese (-8,6%), mentre prosegue l’aumento dell’emigrazione di cittadini italiani (+8,1%).

Divario Nord – Sud

Le aree più popolose del Paese si confermano il Nord-ovest (dove risiede il 26,7% della popolazione complessiva) e il Sud (23,0%), seguite dal Centro (19,9%), dal Nord-est (19,4%) e infine dalle Isole (11,0%). Tuttavia, la diminuzione della popolazione coinvolge tutte le aree geografiche del Paese con i maggiori decrementi, sopra la variazione media nazionale (-0,31%), nelle Isole (-0,70%) e al Sud (-0,63%). A livello regionale, il primato negativo in termini di perdita di popolazione è del Molise (-1,14%), seguito da Calabria (-0,99%) e Basilicata (-0,97%). Tendenza inversa nelle province di Bolzano e Trento (rispettivamente +0,30% e +0,27%), in Lombardia (+0,16%) ed Emilia-Romagna (+0,09%).

Più figli dalle donne over 40 e immigrate

“Fanno più figli le donne che hanno superato i 40 anni”, affermano i dati, e “la mancanza di figli è in parte attenuata dal contributo alle nascite delle donne immigrate”. A colpire è in particolare l’età media delle madri italiane: fra le più alte dell’Ue “con i tassi di fecondità che continuano a mostrare un sostanziale declino nelle età giovanili (fino a circa 30 anni)” e un “progressivo rialzo” in quelle dopo i 30 anni. Il persistente declino avviatosi nel 2015 ha portato a una diminuzione di quasi 551 mila residenti in cinque anni, con oltre 19 mila nascite in meno nel 2019 rispetto al 2018.

Belletti (Cisf): riconoscere che i figli sono un bene comune

“E’ un’emergenza per le famiglie, ed è un emergenza per tutto il Paese, che non pensa per generazioni”, commenta a Vatican News Francesco Belletti, direttore del Cisf, il Centro internazionale studi famiglia dei Paolini. Il Cisf ha presentato oggi il suo Rapporto 2020 “La famiglia nella società post-familiare”, che conferma l’incremento della “pluralizzazione” delle forme familiari. Il 60% dei nuclei è composto da 1, massimo 2 persone, diminuisce costantemente il numero di coppie con figli, “mentre crescono – spiega Belletti – le rotture dei legami di coppia e i progetti di vita che rifiutano completamente il matrimonio e a volte anche la nascita di un figlio”.

R. – Sono 7 anni che le nascite calano nel nostro Paese ininterrottamente. Soprattutto, se non prendessimo in considerazione le nascite da persone straniere, il saldo demografico sarebbe ancora più drammatico. La notizia, purtroppo, è ormai normale, anche se rimane drammatica. Un Paese che non riesce a investire sul futuro dei propri figli, in cui i giovani hanno paura di mettere al mondo un figlio, dimostra di non avere speranza, di non avere energie per il futuro. C’è un’emergenza su cui chi deve prendere decisioni per il bene comune del Paese, non sta facendo niente. E in questo ci sono le responsabilità di governi di tutti i colori.

E’ drammatico anche il dato che fanno più figli le donne che superano i 40 anni rispetto alle ventenni e alle trentenni…

R. –  Sì, perché di fatto la strategia principale delle famiglie davanti alla precarietà, all’incertezza del futuro e al carico di lavoro, è un progressivo rinvio, che troppo spesso diventa o un figlio unico, oppure diventa addirittura la perdita del tempo giusto in cui fare un figlio, per cui il ritardo significa spesso delle gravidanze molto in avanti negli anni, sulla soglia dei 40 o oltre. Cosa che oggettivamente è estremamente impegnativa dal punto di vista fisico, per le madri, e per la freschezza educativa dei genitori. E questo rinvio dice di una cattiva condizione dei giovani nel nostro Paese. E’ come se è essere giovani significhi essere messi in un congelatore in attesa di tempi migliori. Questo genera una incapacità di rigenerare, di innovare, anche dal punto di vista dell’impresa, dal punto di vista dei progetti di vita. Insomma bisognerebbe accorciare i tempi di vita delle persone per consentirgli di diventare protagonisti del proprio destino appena possibile, non aspettando i 30-35 anni, il lavoro a tempo pieno e indeterminato. E’ un dramma reale: non pensiamo per generazioni.

Da più di cinque anni lei e il Forum delle associazioni familiari chiedete Piano per la natalità, ma un aiuto per le famiglie, intanto, può venire dall’ assegno unico universale?

R. – E’ un’idea concreta, che consente di entrare nel dibattito pubblico in modo adeguato. E’ semplice, si capisce bene che cosa vuol dire, si possono fare i conti facilmente. Il vero problema è che anche questo da solo, se non cambia la struttura dell’attenzione alla famiglia, non basterà. La prima cosa da fare, certamente, è riconoscere che i figli sono un bene comune, che non sono un bene privato, o una scelta privata delle persone. Ma sono il futuro del Paese. Ed è per questo che è giusto che dallo Stato arrivi un sostegno. Ed è anche una questione di equità, perché non si può essere tassati allo stesso modo con tre figli a carico e senza figli a carico. Questo è uno dei sistemi di ingiustizia che nel nostro Paese, nonostante l’Isee, nonostante alcuni meccanismi di correzione, rimane ancora. Quindi non è solo per proteggere la natalità, ma anche per garantire giustizia a chi scommette sulla vita dei propri figli

Eppure il tema demografico non è stato inserito negli Stati generali dell’Economia organizzati dal governo…

R. – Questo è un altro elemento drammatico. In effetti, nel nostro Paese. Il Cisf oggi ha presentato il suo rapporto 2020, che parla di evaporazione della famiglia, di rischio di surriscaldamento delle relazioni familiari. Il tema della natalità e l’emergenza di un’emergenza famiglia ed il tema dell’emergenza famiglia è l’emergenza giovani. Quindi c’è bisogno di una prospettiva. Purtroppo, anche questo governo ha iniziato a fare un certo ragionamento sulla famiglia, ma non riesce a metterlo ai primi posti dell’agenda del Paese, anche se poi ha usato la famiglia come strumento di ammortizzazione sociale, come strumento di protezione dalla pandemia, come risorsa irrinunciabile. Quindi, c’è un bel discorso che dice: la famiglia è un bene molto forte per il nostro Paese, ma quando si tratta di sostenerla rischiamo di bruciarla, di usurarla. A forza di spremerli i limoni, poi esauriscono il loro succo e non si riuscirà più a tirarne fuori niente. Oggi la famiglia si trova al limite, come un elastico teso al massimo. Basta poco per romperlo.

I dati dicono che diminuiscono anche gli stranieri nati in Italia…

R. – Questo conferma che il nostro non è un Paese per bambini. Non è un paese per giovani che vogliono fare figli, perché anche chi viene da una dimensione culturale dove i figli sono molto accettati, dove la famiglia numerosa è molto apprezzata, dove la nascita di un figlio viene sempre festeggiata, quando arriva in Italia si trova in condizioni strutturali che remano contro. Sembra che il nostro Paese sia pensato apposta per non far fare figli. In più, questo atteggiamento genera anche una sorta di guerra tra poveri, tra le generazioni. Per cui si dice: non abbiamo i soldi per i figli perché dobbiamo badare agli anziani. Ma solo facendo figli genereremo nuove risorse per sostenere gli anziani. Quindi, c’è proprio da riscoprire un pensiero per generazioni. Sarebbe miope pensare che non ci sono le risorse per i figli perché oggi abbiamo molti anziani. Investendo sui giovani riusciremo nel medio periodo anche a riequilibrare la grande domanda di welfare per gli anziani.

Cosa risponde a chi ha detto che per proteggere l’ambiente bisogna fare meno figli, perché ogni nuovo bambino “consuma il Pianeta”?

R.- Credo che un nuovo bambino è un potenziale salvatore del Pianeta, non un consumatore. Questo atteggiamento tecnicistico, che apparentemente sembra senza valori, invece pone dei valori nella scala contrapposta. Io sono certo che il Pianeta viene salvato dagli esseri umani, insieme all’ambiente, in una cultura della custodia del Creato e non dello sfruttamento, della rigenerazione dei beni che consumiamo, in un’economia circolare. Ma se non lo fanno gli uomini chi altri lo farà? Di fatto un bosco che non viene curato dalle persone umane diventa invivibile e spesso muore, non diventa necessariamente foresta. Quindi c’è bisogno di un’alleanza tra futuro del Pianeta e futuro dell’umanità. Altro che fare meno figli: ci vogliono più geni, ci vogliono più persone creative, più persone generative.

Da Vatican News

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