Istantanea nera

Se quel giorno avesse avuto una macchina fotografica la sua istantanea più terrificante sarebbe stata completamenta nera, opaca come sembra l’immensità del mare una notte di ottobre da una piccola e insignificante barca. Un centinaio di persone viaggiano ammucchiate da due giorni con destino incerto. Il nero è così assoluto che lo spettatore, se osserva bene la fotografia ed è in grado di catturare i dettagli, ascolta il dondolio della barca in mare, colpita dalle onde; il crepitio intermittente del legno e i sospiri di cento cuori, un centinaio di vite che Dio e il diavolo si stanno giocando a sorte in quel momento.

Quella foto, quella che Dialikè Fofana (Mayodan, Mali, 1993) non ha mai fatto, mostra, dopo alcuni minuti di attenta osservazione, un punto di luce, là, all’orizzonte. Quella luce è quasi una conferma dell’esistenza di Dio quando, appena ventenne, ha guardato la morte negli occhi. “É tutto finito”, ricorda, mentre la guardia costiera italiana appare nel buio assoluto e li mette in salvo. Questa volta la bilancia è pende a favore di Dio. Due anni più tardi, ancora ha paura del mare. «Di notte sembrava immenso, di giorno … continuava a sembrarlo».

A Fofana, come tutti sanno, piace giocare a calcio, ma soprattutto scattare foto. Non ha mai avuto una macchina fotografica, ignora le tecniche di illuminazione e non ha mai sentito parlare del premio Pulitzer, però nella sua retina sono impressi momenti di ingiustizia, terrore e disagio che sconvolgono e commuovono.

Nella collezione che mai esporrà e che nessuno mai vedrà, potrebbe mostrare il ritratto perfetto dell’ingiustizia: una cella di Tripoli, Libia, dove, insieme ad altri quattro connazionali, è stato recluso tre mesi. In un abitacolo di ridotte dimensioni e in condizioni disumane, bastonati, cinque giovani scontano la pena per aver cercato una vita migliore. Trattati come animali, l’attesa è eterna per lasciare quel paese, dove i neri non sono i benvenuti. «Non vivi tranquillo là». Ricorda che non ebbe bisogno di imparare una parola di arabo per percepire il disprezzo e rifiuto continuo durante i mesi che rimase nel paese nordafricano, prima di partire per la costa d’Europa.

In questa collezione infame di immagini, spunta l’intitolata “Speranza”. Montagne di sabbia, caldo soffocante, un camion nel nulla e una trentina di subsahariani condividono la sorte sotto un tendone, unico luogo dove é possibile sopportare le alte temperature. “Speranza”, perché, dopo dodici giorni attraversando il Sahara, è tutto quello che hai, l’unica cosa che ti dà la forza per continuare. “Manca tutto, acqua, cibo…”.

Chiude la mostra un fatidico pomeriggio di febbraio intitolato “Terrore”. Un gruppo di uomini irrompe nel piccolo negozio di alimentari gestito da suo padre in un modesto quartiere di Gao. Dopo essersi dichiararti jihadisti, provano a reclutare il giovane per quello che chiamano “guerra santa”. Il terrore, l’insensatezza e l’incomprensione si riflettono nel volto di suo padre, un umile venditore. Senza tempo per reagire, Fofana riceve un po’ dei soldi, e inizia questo viaggio senza ritorno: direzione Niger. È disposto a puntare, ma solo l’obiettivo di una macchina fotografica…

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