Caritas

Integrazione e coronavirus: un aiuto venuto da lontano

Parte dal Camerun, passa attraverso il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo gestito dalla Caritas e approda al Covid Hospital Santa Lucia una bella storia di integrazione

Parte dal Camerun, passa attraverso il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo gestito dalla Caritas e approda al Covid Hospital Santa Lucia una bella storia di integrazione. Anzi due, quelle di Carolle e Emma, due delle operatrici giunte in soccorso della casa per anziani di piazza Beata Colomba in seguito al diffondersi dei contagi di coronavirus. Fuggite solo pochi anni fa da una nazione gravata da una notevole instabilità, grazie al percorso di integrazione le due donne hanno imparato la lingua e la cultura italiana e trovato la propria strada. Al punto che oggi sono completamente autonome: si mantengono da sole, pagano l’affitto di casa e contribuiscono alla vita del nostro Paese, anche affrontando insieme agli italiani di nascita, con un po’ di ottimismo, un momento difficile come questo.

«Le cose vanno bene, mi sento bene. Stare a casa non è facile, è meglio andare a lavorare», spiega Carolle durante il turno di riposo. «Anche le suore sono in quarantena e noi siamo arrivate per dare una mano durante l’emergenza», aggiunge, come per riprendere il filo di un percorso di vita inaspettato: «Quando si lascia il proprio Paese per andare in un altro e si cerca l’integrazione, si fanno le cose che si possono fare. Grazie alla Caritas e al sistema di accoglienza ho potuto fare tanta formazione come assistente familiare. E questo lavoro mi piace, mi piace fare la badante, ma ho lavorato anche nei ristoranti, ad Amatrice e a Cantalice. L’importante è fare le cose bene: vedo che facendo le cose per bene il lavoro si trova».

«Oggi abbiamo lavorato di mattina, domani ci saremo nel pomeriggio», aggiunge Emma, che ha lasciato il Camenun nel 2016. Anche lei dopo il percorso di integrazione e formazione ha fatto diverse esperienze di assistenza familiare agli anziani. «Di solito mi occupo di una o due persone alla volta, oggi ne ho tante tutte insieme», spiega, ma ovviamente non è l’unica differenza: «Non è difficile, c’è solo qualche precauzione in più. Prima di iniziare il turno dobbiamo indossare la divisa con sopra la tuta, la mascherina, la cuffia, gli occhiali. E i guanti: ne consumo quattro paia al giorno».

È un po’ scomodo e richiede un po’ di tempo in più per la preparazione, ma è l’unico modo per sentirsi al sicuro dal contagio: «Bisogna essere attenti, prendere tutte le precauzioni e queste cose proteggono. E anche se si sente molto caldo non importa: è il mio lavoro e mi piace, mi piace quando le nonnine mi dicono che sono brava!». Arrivata da lontanissimo, con una storia molto difficile alle spalle, Emma ha trovato la sua dimensione anche a dispetto del coronavirus: «sono contenta di poter fare il mio lavoro. Non è un problema di soldi: sono andata ad aiutare perché gli anziani hanno bisogno, non possono stare senza nessuno che si occupi di loro».

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