Migrantes

Incontro con Claudia Calì: «Essere emigrati è avere la possibilità di sbocciare»

Giovedì 9 gennaio, su proposta della Migrantes diocesana, c’è stato l’incontro con Claudia Calì, una giovane donna di Perugia, musicista, emigrata negli USA, a New York

Giovedì 9 gennaio, su proposta della Migrantes diocesana, c’è stato l’incontro con Claudia Calì, una giovane donna di Perugia, musicista, emigrata negli USA, a New York.  Diverse persone, giovani e meno giovani, hanno partecipato all’iniziativa che fa seguito a quella che la stessa Migrantes aveva proposto con l’incontro con Benedetta Tatti che ha raccontato la sua esperienza nel Mali. Dopo il saluto, come sempre cordiale della direttrice di Migrantes suor Luisella Maino, Claudia ha preso la parola proponendo il testo di una canzone di Simona Rodano, una sua amica di Torino che vive, come lei, a New York. Con questo pezzo ha voluto motivare il titolo che ha dato alla sua riflessione: Lontana da casa fra radici e ali. Il ritornello della canzone dice: Tra ali e radici, tra radici e ali in una terra dove siamo tutti uguali tra valli e colline tra montagne e pianure. Noi non dimentichiamo, da dove veniamo.

«Vivo negli Stati Uniti dal 2006, e sono partita ancora prima che si sollevasse quest’onda di italiani che fuggono all’estero, la cosiddetta fuga dei cervelli. Sono una emigrata dall’Italia e un’immigrata negli Stati Uniti, e faccio parte di quella cosiddetta schiera di Italiani nel Mondo»: così si è presentata Claudia, aggiungendo di essere «molto fortunata» perché nata in un paese dove sono garantiti i diritti fondamentali dell’individuo e cresciuta in una famiglia che l’ha amato molto e l’ha sempre sostenuta. Ci ha tenuto a sottolineare che la sua condizione di emigrata non è come quella drammatica di chi parte da paesi in guerra o condannati alla fame. Ma sa anche lei, per averlo sperimentato, che cosa significhi lasciare la propria casa, la propria terra, le proprie certezze, gli affetti e ricominciare in un posto nuovo, seguendo il sogno di una vita migliore.

Su questo aspetto si è soffermata molto. Essere emigrati ha, detto Claudia, significa certamente avere la possibilità di sbocciare, perché si ha l’occasione di venire a contatto con persone di culture e di lingue diverse e, quindi, di avere possibilità nuove che chiamano a mettersi in gioco con i propri carismi, la propria cultura, la propria personalità. È una sfida che si gioca tutta sul piano personale: se vali, se ti impegni, se fatichi per raggiungere gli obiettivi che ti sei prefissato puoi farcela. Per quanto riguarda la sua esperienza di musicista/pianista, lei questa sfida l’ha accettata e, attraverso un impegno serio e costante, è arrivata a conseguire il dottorato e a diventare insegnante in tre Università. Non sono mancate per lei le difficoltà, a partire dalla solitudine che si sperimenta soprattutto nei primi momenti e che potrebbe talvolta diventare determinante per lasciarsi andare e mollare tutto. Si avvertono le difficoltà della lingua, della necessità di cambiare alimenti, di organizzare la propria giornata e il proprio tempo in maniera completamente diversa. Inoltre è forte il richiamo delle origini, alimentato anche da una certa idealizzazione del proprio paese quando si vive lontani da casa. Tutto questo rende l’emigrato fragile e, per questo, si sente il bisogno di far parte della comunità nella quale è inserito. Ma questo non è facile. Bisogna fare i conti anche con la mentalità della gente che, purtroppo, fatica a liberarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti storici che negli USA si fanno sentire soprattutto per quanto riguarda i neri ma anche nei confronti dei latini.

Le difficoltà tuttavia, e questo è stato il messaggio e l’augurio che Claudia ha voluto donare ai presenti, non devono far dimenticare che esplorare è una condizione del cuore ed è un atteggiamento interiore che fa scoprire come spazi, persone e cose possono essere sempre nuovi e dare alla vita un colore e un sapore diversi. Per comprendere e vivere questo ci vuole un “cuore grande, grande a sufficienza da far da valigia a tutto ciò che lasci” (dalla poesia di Marco Giannetti, proposta da Claudia a conclusione del suo intervento).

L’incontro è stato arricchito dalla presenza di suor Piera Cori che ha proposto alcune canzoni che, in perfetta sintonia con quanto Claudia ha detto, ci hanno ricordato che davanti a Dio siamo tutti uguali perché la sua “pelle” è di tutti i colori. Sta dunque a noi, soprattutto a noi cristiani, guardare al futuro con la consapevolezza che sarà tanto più bello, più vero e più umano quanto più saremo capaci di accogliere e di andare “oltre il mare” del nostro egoismo e della nostra presunzione.

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