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In ricordo di Ennio Morricone: quattro lezioni da maestro

La morte di Ennio Morricone ha riportato alla memoria di tanti una sua presenza in città: un momento significativo che può essere letto come un invito a fare proprie alcune lezioni

Un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

Dovendo ricordare il maestro Ennio Morricone, appena scomparso, viene in mente la definizione dell’esattezza sintetizzata da Italo Calvino. Pure per descrivere le più vaghe e poetiche delle immagini, o uno stato d’animo indefinito, il linguaggio dev’essere preciso, dettagliato, esatto. Così ragionava lo scrittore, ma il discorso aderisce bene anche alla musica, che astratta lo è per definizione, pure quando è scritta per accompagnare le immagini di un film.

Quanto a questo, su Morricone c’è poco da dire: basta ricordare la forza immaginifica delle colonne sonore scritte per i western di Sergio Leone. Partiture che si trovano quasi all’inizio della carriera di un musicista che realizzerà musiche memorabili per decine di registi. La stessa esattezza, Morricone la esercitava anche lavorando sulle canzoni, come in Se telefonando, scritta per Mina, o Sapore di sale, arrangiata per Gino Paoli.

Meno nota la sua adesione all’associazione Nuova Consonanza, nata per la promozione della musica contemporanea, con la quale ha eseguito e inciso a lungo opere fondate sull’improvvisazione e sull’indagine del suono. Un lavoro portato avanti con altrettanto rigore di quello per le innumerevoli colonne sonore e la scrittura libera. Quest’ultima la chiamava “musica assoluta” ed è forse il suo repertorio che vale più la pena di approfondire. Lo si fece a Rieti il 18 dicembre 2006, con il compositore ospite della Fondazione Varrone per un incontro-concerto dell’Orchestra Roma Sinfonietta. Fu di sicuro un momento culturale significativo per la città, ricordato un po’ da tutti in queste ore.

Una memoria che suona come un invito a fare propri più in generale alcuni tratti dell’uomo e del musicista. Il primo è la capacità di ottenere il massimo con pochi mezzi a disposizione, come accade in certe sue melodie, economiche, ma insieme efficaci e indimenticabili. Il secondo è la sua capacità di mettersi a disposizione di un progetto più ampio, com’è un film, al quale sapeva farsi organico senza perdere la propria riconoscibilità. E poi la sua disciplina di lavoratore, che gli ha permesso di costruire un’invidiabile carriera, nella quale l’aspetto commerciale non ha mai appannato la sua vocazione più profonda. E ancora il suo saper tenere insieme il registro popolare e quello più colto ed emancipato, come a dire che quello che si fa, lo si fa per tutti. Quattro lezioni di cui si sente il bisogno e non solo tra le righe del pentagramma.

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