Il vescovo: «Non basta sapere, occorre seguire. Così Gesù consente prospettive e situazioni inedite»

«Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. Non è la prima volta che Luca mette in evidenza questo atteggiamento del Maestro. Ma perché Gesù pregava? Che bisogno aveva di farlo? E soprattutto, che cosa domandava?»

Da queste domande ha preso le mosse l’omelia di mons. Pompili in occasione del pontificale celebrato nella Cattedrale di Santa Maria nell’ambito del Giugno antoniano reatino. E ripreso dalle telecamere della Rai, don Domenico ha indicato una possibile risposta nelle domande che Gesù stesso prima pone alla folla e poi ai suoi discepoli: «Che cosa dice la gente di me?». E poi: «Voi stessi che cosa pensate che io sia?».

«Sembra quasi che Gesù stesso sia alla ricerca della propria identità» ha spiegato il vescovo di Rieti: «chiedersi “chi sono” vuol dire chiedersi chi voglio diventare».

Non ci pensiamo mai abbastanza, ma la preghiera non è solo domandare qualcosa, soprattutto nei momenti difficili, ma è soprattutto luce sul proprio cammino. È accettare questo confronto con Dio e chiedergli: «sto camminando sulla via giusta? Che cosa vuoi che io faccia?»

Secondo Pompili è comprensibile che Gesù rivolga la propria domanda non solo al Padre, nella solitudine della preghiera, ma anche alla folla e ai suoi, perché «la folla lo identifica con Elia e Giovanni il Battista, con due dei più vigorosi testimoni della storia di Israele. Ma è come se questa identificazione con i profeti sia in qualche modo datata. È come se Gesù venisse circoscritto a qualcosa di precedente, che è già stato, e non sia invece capace di aprirsi a ciò che sarà».

Un atteggiamento verso Gesù inadeguato, come quando in epoca romantica era considerato «il dolce galileo», o come «il primo socialista» in epoca moderna, mentre è talvolta pensato «come un guru, un sapiente, un esperto della psiche» al giorno d’oggi.

Ma è tutto qui il mistero di Gesù? Pietro taglia corto: «tu sei il Cristo di Dio». E utilizza una parola precisa, ma anche pericolosa, incadescente. Cristo significa il Messia, l’unto, l’atteso di Israele, ma anche “il trafitto”. Ecco perché Gesù non accetta subito questa risposta di Pietro: non perché non sia vera, ma perché è prematura. Dev’esserci ancora la Pasqua di risurrezione. Allora si capirà che cosa significhi “Cristo”.

«Per questo – ha aggiunto il vescovo Domenico – con parole forti Gesù dice ai suoi: “se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Il discepolo non è tanto colui che sa, ma è colui che segue. Non basta sapere, occorre seguire. È in questa sequela ordinaria, quotidiana, che conosce le incertezze le fatiche del cammino, che si familiarizza con Lui e si impara a riconoscerlo».

«Rinnegare se stessi – ha concluso mons. Pompili – significa semplicemente che dobbiamo guardare ai suoi piedi, e non, come fa il bambino, attestare il nostro sguardo sui nostri, perché questo ci dà sicurezza, ma ci fa anche perdere l’equilibrio. Rinnegare se stessi significa guardare a Lui come il bambino che smette di guardare i propri piedi e guarda in direzione del papà e della mamma, che gli stanno di fronte. Così il nostro cammino si apre e ci consente prospettive e situazioni inedite».


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