Quaresima

Il vescovo Domenico: «Le tentazioni ci fanno capire chi siamo»

Nella Cattedrale di Rieti, il vescovo Domenico ha presieduto la Celebrazione eucaristica della I domenica di Quaresima indugiando sul filo sotterraneo che lega il peccato delle origini di Adamo ed Eva e le tentazioni sopportate da Gesù nel deserto

Il peccato delle origini raccontato nella Genesi e le tentazioni sopportate da Gesù nel deserto. Sono gli ambiti messi in relazione dal vescovo Domenico durante la Messa presieduta in Cattedrale. Delle letture della prima domenica di Quaresima, e in particolare rispetto al testo dell’Antico Testamento, mons Pompili ha invitato a non fermarsi all’aspetto narrativo, al tratto della favola, all’aspetto mitico. Per comprendere davvero il racconto occorre infatti entrare nel testo, decifrarne il significato profondo. A partire dal personaggio che innesca l’azione in entrambi i brani: il diavolo. Un male che si manifesta come una sorta di Prometeo, punito dagli dei perché invidioso di loro, ma come una forza alla quale siamo tutti esposti: quella che ci allontana da Dio facendoci perdere la nostra stessa umanità.

Come quando invita Gesù, affamato dal digiuno nel deserto, a trasformare le pietre in pane: con il suo netto rifiuto il Maestro ci ricorda che «smarriamo la nostra umanità» quando ci illudiamo di risolvere i problemi «con la bacchetta magica», affidandoci a «qualcosa di miracolistico». Anche perché si rischia di alimentare pericolose illusioni, come quella della «finanziarizzazione» dell’economia, che ha creduto di poter fare «soldi con i soldi» invece che attraverso «il lavoro, la giustizia e l’impegno». La grande crisi economica del 2008, «dalla quale non ci siamo ancora ripresi», è quello che accade quando un simile castello di carte cade giù, trascinando con sé molti nel dramma del proprio collasso. E poi la tentazione miracolistica denuncia un animo infantile, disposto a dare credito ai supereroi.

Non a caso la tentazione del sovrumano è la seconda prova affrontata da Gesù, quando viene invitato dalle parole seducenti del demonio a lasciarsi cadere nel vuoto, per farsi salvare dagli angeli. Ancora una volta si cerca di allontanare il Maestro dalla condizione umana: la tentazione del sovrumano, in fondo, non è che una censura della mortalità. E ancora una volta è un atteggiamento pericoloso, come quello dei giovani che si fanno i selfie in precario equilibrio sui tetti dei grattacieli, rischiando, come purtroppo talvolta è accaduto, di precipitare e morire. Il peccato è nel mancare la consapevolezza del propri limiti, e a fronte di cimiteri pieni di gente che si credeva immortale.

Di fronte alla coerente resistenza di Gesù, il maligno gioca un’ultima carta: mostrate al Maestro tutte le ricchezze e la gloria della terra prova ad adescarlo: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Il demonio sa bene che «il contrario di Dio non sono l’incredulità e l’ateismo, ma è l’idolatria». O si crede a Dio, ha spiegato il vescovo, «o si crede a qualche cosa che diventa l’idolo, cioè assume un’importanza assoluta». Accade ad esempio con il denaro, il potere, il successo: «non c’è alternativa, o si crede a Dio o come nel Faust di Goethe si vende la propria anima al diavolo».

E così si scopre che «le tentazioni non sono delle spinte peccato», ma un modo per verificare chi siamo e chi crediamo di essere. Una domanda sulla propria identità dalla quale lasciarsi accompagnare durante il tempo di Quaresima.

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