Il vescovo Domenico: «Giustizia è l’attenzione ai più deboli»

È partito da «un insolito mix del profeta Isaia e del profeta Ezechiele» (Isaia 1, 11b.15-18; EzEs 36, 26-28) il vescovo Pompili, durante la penitenziale a Vazia per i cresimandi e le rispettive famiglie.

«Nel primo si dice ciò che va eliminato, nel secondo ciò che va creato. Prima viene la pars destruens e poi la pars costruens. La prima prende corpo nelle parole di Isaia, la seconda in quelle di Ezechiele» ha spiegato don Domenico, aggiungendo che «Isaia è un uomo sposato con due figli che non teme di esporsi contro l’ipocrisia del popolo che compie gesti religiosi, ma poi vive come se Dio non ci fosse».

«Per questo – ha aggiunto il vescovo – JHWH sbotta con parole inequivocabili: “Sono stanco dei vostri numerosi sacrifici”. Non basta compiere certe opere religiose, Seppure si moltiplicano le preghiere ma si vive in modo sbagliato Dio non ascolta. Per uscire dal vago il brano è molto esplicito. Dice: “Cessate di fare il male, imparate e fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”».

Sono gli imperativi che tratteggiano cosa fare «se non si vuol incorrere nell’ipocrisia di una fede che allontana dalla realtà. A leggere in successione le opere da compiere si scopre che la giustizia coincide con l’attenzione ai più deboli: gli oppressi, gli orfani, le vedove. Erano queste le tre categorie sociali esposte alla sopraffazione e al disinteresse».

Un discorso in cui risuona il sospetto attorno alla “cultura dello scarto” su cui spesso ritorna Papa Francesco: «Esistono ancora questi scarti umani? Assolutamente si! – ha detto don Domenico – anche oggi, perfino tra i ragazzi, c’è la tendenza a scartare. Qualche volta ci si accanisce contro quelli che sembrano oppressi dalla sorte. Spesso si identificano i malcapitati come ‘jellati’ e si finisce per erigere un muro contro di loro. Altre volte ci si coalizza contro quelli che non hanno protezione alcuna e si fa di tutto per escluderli. Per non parlare delle volte in cui ci si diverte a mettere in ridicolo chi è privo di copertura e si arriva fino ad inneggiare alla morte in Rete come in recenti fatti di cronaca».

A fare da contrappunto c’è la metamorfosi «fortunatamente» annunciata da Ezechiele. «Non è frutto del nostro sforzo – precisa il vescovo – ma si tratta di una nuova creazione che Dio stesso attua se lasciamo entrare in noi il suo spirito. Allora il cuore di pietra diventa di carne. Quando accade? Quando ritroviamo la capacità di intenerirci delle sofferenze altrui, quando sentiamo come nostro il dolore degli altri, quando ci prendiamo a cuore i problemi degli altri».

«Mi ha colpito di recente la figura di don Minozzi nato a Petra, un piccolo borgo di Amatrice che nel secolo scorso ha inventato forme geniali per stare accanto ai più deboli. Come quando durante la prima guerra mondiale si inventò da cappellano militare le ‘bibliotechine’ per i soldati che vivevano in condizioni subumane in attesa della morte certa sui campi di battaglia. Riuscì così ad introdurre un guizzo di umanità dentro uno spaccato selvaggio e disperato. O quando dopo la I guerra mondiale istituì nel centro sud d’Italia proprio a partire da Amatrice case di accoglienza per orfani di guerra. Quando la fede è genuina non può che tradursi in opere concrete!» ha sottolineato mons. Pompili, coinvolgendo gli adolescenti «stregati dalla tecnologia, ma con il cuore di sempre che può essere di pietra, chiuso e indifferente oppure di carne, aperto e coinvolto. La domanda è: ho mai provato che c’è più gioia nel dare che ne ricevere? Più gioia nel sacrificarsi che nel divertirsi alle spalle degli altri?»

«La preghiera che possiamo fare dopo aver confessato il nostro peccato – ha concluso don Domenico – è quella che la sapienza biblica esprime così: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso procedono le sorgenti della vita” (Proverbi, 4,23)».

Foto di Massimo Renzi.

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