Il vescovo Domenico: accogliere e servire per superare la crisi

È stato un ragionamento sull’incontro della fragilità umana con la Parola della Salvezza quello proposto nella Messa della domenica da mons. Pompili ai fedeli della parrocchia di Oliveto Sabino. Una riflessione che ha preso le mosse dalla «totale incomprensione» che Gesù incontra a partire dagli Apostoli. All’annuncio della sua morte e resurrezione, infatti, i dodici si scoprono incapaci di comprendere e finiscono per discutere di chi tra loro chi fosse il più grande (Mc 9, 30-37).

«In realtà – ha spiegato don Domenico – la reazione dei discepoli, per quanto sbagliata, è quella che sempre prende l’uomo di fronte allo spauracchio della morte», è la reazione istintiva «di vincere la paura di morire facendosi tentare dalle cose, dal potere, dal sesso, dal successo».

«Abbiamo paura di morire e finiamo per soccombere a certi impulsi oscuri che tirano fuori il peggio di noi stessi» ha sottolineato il vescovo, leggendo sotto questa luce «certi ‘trasalimenti’» di «insospettabili cinquantenni/sessantenni che mandano tutto a scatafascio nella famiglia per inseguire una nuova storia» e la «spregiudicatezza che non guarda in faccia a nessuno pur di arraffare e depredare».

Casi di umana debolezza ai quali rimedia il paradosso del Vangelo. Alla «reazione gretta» degli Apostoli, «Gesù non replica stizzito o incompreso. Si limita a compiere un gesto, collocando al centro un bambino che abbraccia per poi affermare: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”».

«È per dire che non si vince la paura sgomitando e prevaricando, ma accogliendo e servendo» ha spiegato mons. Pompili evidenziando che Gesù «è provocatorio fino in fondo perché egli stesso si paragona ad un bambino che ai suoi tempi non aveva alcun diritto ed era completamente in balia dell’altro, ma perché si capisca finalmente che “se uno vuol essere il primo sia l’ultimo e il servitore di tutti”».

«L’unico antidoto alla morte è l’amore – ha concluso don Domenico – solo quando ci si prende cura degli indifesi, dei bisognosi, dei poveri si riesce ad invertire la paralisi che produce il senso della fine».

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