Giornata mondiale del Malato

Giornata mondiale del malato, il vescovo: «Andare incontro a chi sta male, è andare incontro a noi stessi»

In occasione della Giornata Mondiale del Malato, il vescovo Domenico ha presieduto la liturgia lourdiana nella chiesa di Regina Pacis, gremita di fedeli e delle realtà che operano in favore dei sofferenti

Ha preso spunto dal brano evangelico della visita di Maria a Elisabetta il vescovo Domenico rivolgendosi a quanti si sono ritrovati nella chiesa di Regina Pacis in occasione della celebrazione lourdiana della Giornata Mondiale del Malato. Un’occasione che ha visto grande partecipazione da parte dei fedeli e delle realtà che operano in favore dei sofferenti: personale medico e infermieristico, ma anche del mondo del volontariato sanitario, come l’Unitalsi e la Confraternita di Misericordia.

In particolare mons Pompili si è detto colpito da due tratti che caratterizzano il gesto della Madonna: la fretta di andare a trovare la parente, che vive la sua stessa condizione di attesa, e la lunga permanenza presso di lei. «Tra questa fretta dell’inizio e la sosta prolungata della fine – ha spiegato il vescovo – c’è il senso della cura che dobbiamo cercare di riscoprire».

Nell’urgenza di aiutare i fragili si riconoscere la condizione umana

Nel partire «in tutta fretta» per andare in soccorso di una persona che ha bisogno, Maria sente di avvicinarsi a chi le è simile nella fragilità. E da questo nasce la cura per le persone ammalate: «dalla persuasione che andando incontro a chi sta male, noi andiamo incontro a noi stessi». Presto o tardi, infatti, tutti facciamo la stessa esperienza. L’urgenza di andare verso chi vive la fragilità è riconoscere la condizione umana, è sentirsi tutti sulla stessa barca. «Prima ancora di un impulso della volontà, la sensibilità verso i sofferenti è dunque un modo per essere autenticamente noi stessi. Ci ricorda che anche noi vivremo o abbiamo vissuto il bisogno dell’altro».

Lo stare prolungato e attento è l’essenza della cura

Quanto alla sosta prolungata di Maria, il vescovo ha immaginato la «giovane ragazza palestinese che si dà da fare per preparare da mangiare, per tenere in ordine la casa, per cucire qualcosa in attesa della nascita di Giovanni il Battista». Immagini per dire che lo stare prolungato è l’essenza della cura, che la cura è uno sguardo prolungato, e non a intermittenza, verso chi ha bisogno di noi. La cura «viene ancora prima di tutte le risorse mediche di cui dobbiamo pure fare uso», anche se richiede non solo di farsi carico del malato, ma anche di comprendere le radici della malattia.

Per concludere il discorso, il vescovo ha richiamato un’altra figura che si fa accanto: quella della levatrice. Spiegando che è importante trovarne due per sé: una che ci aiuta ad entrare nella vita e un’altra che ci aiuta ad uscirne. Come a dire che, per aver cura, ciascuno deve saper essere una levatrice per gli altri.

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