Cinema

Il turismo dell’orrore a Chernobyl

La brasiliana Lee rievoca l’incidente nucleare con uno sguardo inedito sul turismo dell’orrore È giusto che un luogo dove bisognerebbe pregare sia trasformato in un safari?

Sono passati 34 anni dal disastro di Chernobyl, che provocò il peggior incidente nucleare della storia. Il 26 aprile del 1986 il nocciolo del reattore numero 4 della centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina (all’epoca ancora parte dell’Unione Sovietica), esplose causando un vastissimo incendio e la fuoriuscita di materiale radioattivo che contaminò terreni e acque per chilometri e chilometri e che fece sentire la sua nefasta influenza anche in Europa e nel Nord America. La città più vicina alla centrale, situata a soli tre chilometri, era Pripjat’, amena località vacanziera celebre per i suoi rigogliosi e profumatissimi cespugli di rose. Dopo essere stata oggetto nel 2019 di una celebre serie targata Hbo, che si interrogava sul costo delle bugie, la tragedia è ora al centro del documentario della brasiliana Iara Lee che in Stalking Chernobyl: Exploration After Apocalypse rievoca quei tristi eventi con uno sguardo del tutto inedito e decisamente sorprendente. In programma alla XII edizione di SiciliAmbiente Film Festival, a San Vito Lo Capo dal 4 all’8 agosto, il film ci riporta nei luoghi del disastro, tra le spettrali macerie della centrale distrutta, su un territorio ancora fortemente contaminato dove però la natura ha ripreso il sopravvento ingoiando le vestigia della città atomica.

E cosa scopre lo spettatore visitando insieme alla regista quei luoghi divenuti simbolo dell’arroganza punita dell’uomo? Che sono diventati un’ambitissima meta di turismo estremo (la più popolare dell’Ucraina) sia per chi acquista un regolare tour, con tanto di guida impegnata a evitare le zone ancora fortemente radioattive, sia dai cosiddetti “stalker” (un termine reso celebre dall’omonimo film del russo Andrej Tarkovskij, su un intellettuale e uno scienziato che attraversavano la “zona”, un ambiente rurale desolato e in rovina), illegali amanti delle sfide impossibili che, in barba al divieto di avventurarsi nelle “zone di esclusione”, sfuggono ai controlli della polizia per penetrare in un territorio già gravemente violato dall’uomo. E così se ai regolari “pellegrini”, trasportati sul sito fantasma con gli stessi pullman che due giorni dopo l’incidente evacuarono gli abitanti di Pripjat’, viene offerta la possibilità di vedere con i propri occhi una realtà che hanno frequentato attraverso macabri videogiochi e la stessa serie tv, lasciando che la finzione diventi vita vissuta, i visitatori abusivi, spinti da una incomprensibile voglia di trasgressione, preferiscono attraversare aree ancora contaminate e scalare gli scheletri della ex centrale, che da atroce monumento a futura memoria si trasforma in una sorta di “tempio maledetto” per incauti Indiana Jones contemporanei.

Il documentario alterna le testimonianze, spesso deliranti, di questi turisti dell’orro- re a quelle dolorose dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, tra le quali ci sono anche i cosiddetti “liquidatori”, ovvero i seicentomila lavoratori tra civili e militari che soprattutto tra il 1986 e 1987 (ma fino al 1990), furono incaricati di decontaminare l’edificio, le strade e il sito del reattore, costruendogli intorno una sorta di sarcofago protettivo. Almeno un terzo di loro morì di tumore a causa di quelle radiazioni che ora i visitatori considerano parte del loro insensato gioco esplorativo. Attraverso questo doppio binario la regista riflette sul peso e il significato della memoria, sulla mercificazione della tragedia, sulle derive di una cultura pop che tutto trasforma in consumo, anche la menzogna e il dolore collettivo. Osservando i visitatori alle prese con gli immancabili selfie che come sfondo hanno le rovine della centrale – alcuni arrivano persino a modificare la scena spostando oggetti oppure portandone altri da casa, perché la fotografia sia più efficace – torniamo con la memoria a un altro documentario che si pone gli stessi interrogativi, Austerlitz di Sergei Loznitsa, anche lui ucraino, che osservando i noncuranti visitatori del campo di concentramento di Sachsenhausen, a tre ore da Berlino, più interessati ad autoscatti e picnic che alle parole della guida, si chiede se sia possibile celebrare la memoria dell’Olocausto nell’epoca del turismo di massa e se non sia piuttosto necessario restituire sacralità a quei luoghi trattati oggi alla stregua di parchi a tema. La questione sollevata da Iara Lee è la medesima: è giusto che Chernobyl, un luogo dove bisognerebbe pregare per chi è morto, sia trasformato in un safari illecito, dove non c’è spazio per commemorazione ed empatia, riflessione e pietà?

Da sempre importante punto di riferimento per il cinema più attento alle tematiche ambientali del pianeta e ai diritti umani, SiciliAmbiente, diretto da Antonio Bellia, proporrà quest’anno un focus dedicato ai cambiamenti climatici e alle storiche sezioni in concorso di documentari internazionali, cortometraggi e film d’animazione, aggiungerà il concorso internazionale per lungometraggi di finzione. Tra i documentari ci saranno anche La sangre della tierra di Félix Zurita de Higes sul rapporto che le popolazioni indigene e contadine del Messico e dell’America Centrale hanno con le terre per loro sacre, Golden fish, African fish di Thomas Grand sui pescatori senegalesi minacciati dalla pesca industriale, Living in the future’s past di Susan Kucera che vede tra i protagonisti l’attore Jeff Bridges, Until we return di Martin Tesler sulla depopolazione dell’isola di Canna, in Scozia, The condor and the eagle di Sophie e Clemente Guerra, su quattro leader ambientalisti che uniscono le popolazioni del Nord e del Sud America per salvare territori minacciati dalle compagnie petrolifere.

da avvenire.it

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