Chiesa di Rieti

Il Natale è «ritrovare l’incanto degli inizi e vincere la paura della fine»

Nell'omelia di Natale, il vescovo Domenico ha ribadito la necessità del senso autentico del Natale, che vuole «lo sguardo attirato dalla mangiatoia» per non rischiare la rimozione del senso autentico della festa, che sembra destinato a perdersi in favore di una vaga ricorrenza, di una vacanza, di un generico richiamo a valori universali della bontà, della pace, della famiglia.

La sostituzione del Bambino con il faccione di Babbo Natale, l’immagine di una creatura appena sbocciata con quella di un vecchio cadente e imbolsito. Questa la contraddizione che ha mosso la riflessione del vescovo Domenico nel giorno di Natale: non per fare «la solita tiritera sul consumismo», ma per andare a fondo di un rischio: quello della rimozione del senso autentico della festa, che sembra destinato a perdersi in favore di una vaga ricorrenza, di una vacanza, di un generico richiamo a valori universali della bontà, della pace, della famiglia. «Così – ha detto monsignor Pompili – il Natale perde il suo pungolo, che è quello di ritrovare l’incanto degli inizi e vincere la paura della fine».

«Siamo ‘occupati’ più a morire che a nascere», ha notato il vescovo, citando Bob Dylan ma anche guardando ai numeri del trend demografico «che è in picchiata, complice anche un numero insospettabile di aborti in un Paese civile». Dati brutali che lasciano intendere una «censura sul futuro» che si intravede anche nella mancanza di progettualità, negli investimenti fatti solo a breve termine, nella ricerca della «gratificazione istantanea perché la paura detta legge».

Per questa strada, ha avvertito don Domenico, «ci si ritrova dentro forme sempre nuove di dipendenza», o si affrontano problemi epocali, come la crisi e le migrazioni, senza un progetto comune, e con l’unica prospettiva di «trovare una via di fuga».

Ecco allora la necessità del senso autentico del Natale, che vuole «lo sguardo attirato dalla mangiatoia». Essa diviene il simbolo di un «ambiente caldo e accogliente per la vita». Un segno di aderenza alla realtà, ma è anche «il luogo della manifestazione di Dio», che «si nasconde dentro ciò che è fecondo e generativo e detesta ciò che è appariscente e sterile».

Dio è così: silenziosamente all’opera senza dover esibire Se stesso, ma lasciandosi quasi cancellare dal tempo. In fondo, a pensarci ci si divide tra quelli che fanno nascere e quelli che fanno morire. Siamo quelli che fanno nascere quando accettiamo il rischio, l’imprevedibile, la novità. Siamo quelli che fanno morire quando siamo sedotti dalla sicurezza, dal prevedibile, dal ‘si è sempre fatto così’.

Ricorrendo alle parole di Dietrich Bonhoeffer mons Pompili ha colto nella nascita del Bambino non «il gesto rivoluzionario di un uomo d’azione, l’audace scoperta di un saggio, la pia opera di un santo», ma un fatto che, al di là di ogni comprensione, «provocherà la grande conversione di ogni cosa, porterà a tutta l’umanità salvezza e liberazione».

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