Cinema

Il mio David Copperfield? Un eroe dell’800 e di oggi

ll regista Armando Iannucci rivisita il capolavoro di Dickens con un cast multietnico e l’attore indiano Dev Patel protagonista. Nelle sale dal 16 ottobre

Un nuovo David Copperfield ricco di brio e ironia, diretto dall’italo scozzese Armando Iannucci, ambientato nell’Inghilterra dell’Ottocento, ma capace di parlare al pubblico contemporaneo, e interpretato da un cast multietnico (in cui compare anche Hugh Laurie, protagonista della serie tv Dr. House ) che sovverte ogni regola di naturalismo e diventa metafora dell’universalità del messaggio dei romanzi di Charles Dickens.

In uscita nelle sale il 16 ottobre distribuito la Lucky Red, La vita straordinaria di David Copperfield è un viaggio farsesco e affettuoso nella vita di un personaggio letterario interpretato dall’indiano Dev Patel. Iannucci ci racconta le ragioni di questa rilettura inedita del classico dickensiano.

Perché Dickens, e in particolare David Copperfield, oggi?

Sono sempre stato un grande fan di David Copperfield che ho incontrato a tredici anni, quando a scuola ci hanno dato da leggere Grandi speranze, e sono sempre rimasto colpito da quanto fosse divertente. Generalmente si pensa a lui come a uno scrittore piuttosto melodrammatico e cupo, perché racconta storie di crimini, povertà e nebbia. Ma in realtà è un autore veramente brillante, spassoso, anche se piuttosto arrabbiato, soprattutto quando vedeva cadere persone con grandi potenzialità. E quando dieci anni fa ho riletto David Copperfield mi ha stupito la sua modernità. Nel romanzo si parla di identità, di adattamento all’ambiente che ci circonda, l’eterno divario tra ricchi e poveri che convivono soprattutto nelle grandi città, ma anche di malattia mentale, un tema che la letteratura inglese non aveva ancora affrontato. David Copperfield, fragile, pronto a fare scelte sbagliate e a cadere, è un eroe moderno. Penso inoltre che molti degli adattamenti realizzati finora siano stati un po’ troppo reverenziali, fedeli alla trama e incapaci di osare sul piano del linguaggio della commedia e quello dell’immaginazione. Volevo allora fare qualcosa di diverso e dare una ventata di fresca energia a questa storia, trovare una connessione con il pubblico di oggi. Ho considerato come questo personaggio fosse inoltre davvero divertente, una sorta di Charlie Chaplin totalmente matto. Mi sono sorpreso di quanto fosse slapstick e cinematografico.

Spesso nel film si sottolinea il fatto che si tratta della storia di uno scrittore.

Fa parte della presa di coscienza di David e io volevo dire qualcosa sul processo di scrittura, che è molto isolato. Lui è circondato da persone straordinarie, eccentriche, vitalissime, che nella vita vera coesistono in maniera molto caotica. Come scrittore lui cerca di fare ordine nel caos e nell’imprevedibilità e finirà per cambiare i propri ricordi adattandoli alla storia che racconta.

Si dice qualcosa anche sul fare cinema: i ricordi sono proiettati sul muro come un film.

Sì, il pubblico non deve dimenticarsi mai che sta assistendo a una storia. Abbiamo deciso di non usare immagini generate al computer perché gli effetti speciali sono quasi in tutti i film e certi momenti non sarebbero stati più così speciali e sorprendenti. Volevo restituire il senso del magico e del fantastico, in modo fisico e artigianale.

Ha mai pensato di trasportare la storia di Copperfield nella contemporaneità?

Ci ho pensato, ma alla fine sarebbe stato necessario riscrivere i dialoghi per avvicinarli al presente. Il modo migliore per far sentire viva quella lingua è invece collocarla in quel periodo e dare l’impressione che quel periodo sia il presente. Ai miei attori ho chiesto infatti di essere se stessi, uomini contemporanei e non dell’Ottocento.

La cosa più sorprendente del film però è cast multietnico in ruoli scritti per personaggi bianchi. Perché questa scelta antinaturalistica?

Una scelta spesso usata a teatro. Dickens affronta temi attuali e universali e le sue storie riguardano tutti, per questo era uno scrittore di grande successo. Volevo riflettere il mondo oggi, e una volta che ho scelto Dev Patel nei panni del protagonista – perché come Copperfield è affascinante, buono, generoso, intelligente, divertente e determinato – ho pensato che avrei potuto scegliere chiunque solo in base al talento, senza preoccuparmi di spiegare perché un giovane bianco ha una madre nera o un padre cinese. Volevo allontanarmi da questa fedeltà letterale e restare molto più flessibile, fluido. I film ci consentono di muoverci con grande libertà tra diverse narrative e tempi, di accettare momenti di artificio all’interno di quelli realistici.

Una scelta che ha anche un significato politico?

Sì, ma politica con la p minuscola. Il film è una piccola celebrazione del senso di comunità, della vicinanza, un invito a non giudicare le persone dal colore della loro pelle, ma per come agiscono. Ed è anche una reazione ai politici di oggi, che sono molto divisi e divisivi. Volevo fare qualcosa che raccontasse il venirsi incontro, lo stare insieme. E poi non è facile trovare una storia che celebri la bontà. Nella maggior parte delle storie i personaggi più interessanti sono i cattivi, i nemici, mentre è difficile scrivere una storia interessante sulla gente buona. Dickens ci è riuscito.

Ha dichiarato di essere molto ispirato dal neorealismo italiano.

Sì, soprattutto dal Vittorio De Dica di Miracolo a Milano, uno dei miei film preferiti, che consiglio a tutti di vedere. Ma trovo molto interessanti tutti i film di quel periodo con attori non professionisti.

da avvenire.it

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