Il maggio piovoso e il diritto di lamentarsi

All’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale il bellicoso Gabriele D’Annunzio definì quel mese come maggio radioso. Quest’anno alle porte di un estate annunciata incandescente ci ritroviamo in un ben meno entusiasmante maggio piovoso. Il sole e il vento si prendono gioco della nostra salute provocando influenze fastidiosamente fuori stagione. Perfino la regola aurea di vestirsi “a cipolla” fallisce quando la differenza di temperatura tra ombra e sole supera i dieci gradi (o almeno così sembra).

Ma il grande problema è la pioggia. La sua frequenza e tempestività (è proprio il caso di dirlo). Dopo una bella giornata passata a lavoro, naturalmente, viene voglia di progettare un piccolo weekend fuori porta e… boom, si finesce a guardare la tv con le valigie pronte. Fuori il solito grigiore pioviccicato.

Da questo stato di cose discende il (non ancora costituzionale) diritto di lamentarsi. Diluviano i “non se ne può più”. Si rispolverano (letteralmente) gli indumenti invernali invocando la comodità di quelli estivi. Solo qualche anno fa ci lamentavamo per un maggio eccessivamente torrido.

A scomparire sembra essere la stessa “maggiosità” (o forse maggezza), l’essenza del mitico maggio ne troppo caldo ne freddo. Un “tempo suo” definito semplicemente come giusto. E questa scomparsa riguarda ormai anche gli altri 11 mesi.

Lamentarsi non ha stagione insomma, si abbina ad ogni clima. Peccato che non possiamo prendere di mira le cause di questa irregolarità, il cambiamento climatico, altrimenti dovremmo lamentarci del nostro stesso stile di vita. Il diritto alla lamentela si basa quindi sul più generale e ingiustificato diritto all’indifferenza.

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